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Nel carcere San Pedro, a La Paz, tra povertà e ingiustizia

Dignità reclusa

Entrando al San Pedro, il più grande carcere del Paese andino, costruito nel cuore di La Paz, si ha l’impressione di arrivare in una piccola città. Una volta che si lascia alle spalle il grande cancello di ferro si arriva nella piazza in cui prende vita un brulichio di attività che tengono occupati i prigionieri durante il giorno: piccoli ristoranti con tanto di sedie e tavolini o chioschi che preparano piatti d’asporto, bancarelle e negozietti di alimentari, partite di biliardo o calcio balilla, e poi artigiani, fabbri, falegnami, muratori, lavandai, barbieri, calzolai, fotografi. Romagnola di origine, volontaria ormai da diversi anni nel carcere di La Paz, Barbara Magalotti è la presidente dell’associazione “Laboratorio Solidale” da lei fondata nel 2009 – e che presto avrà anche una sezione trentina. L'associazione lavora all'interno del San Pedro con l'obiettivo di proseguire l’opera di padre Filippo Clementi, missionario cembrano che per dieci anni è stato cappellano del carcere, per i detenuti punto di riferimento e amico.

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