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Elena Daresi, per 57 anni accanto a monsignor Gottardi

«Vorrei morire come lui»

A casa Gottardi, elegante dimora di farmacisti nel cuore di Venezia, quella figlia di contadini della marca trevigiana arriva a soli 23 anni. Chiamata ad assistere il papà del futuro vescovo di Trento, non se ne andrà più. Undici anni dopo, Elena diviene ufficialmente la perpetua di monsignor Alessandro, con tanto di nulla osta del cardinal Roncalli, di lì a poco Papa Giovanni XXIII.

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Trento - Elena Daresi, per 57 anni accanto a monsignor Gottardi. - 2011 - Gianni Zotta

Trento - Elena Daresi, per 57 anni accanto a monsignor Gottardi. - 2011 - Gianni Zotta

A casa Gottardi, elegante dimora di farmacisti nel cuore di Venezia, quella figlia di contadini della marca trevigiana arriva a soli 23 anni. Chiamata ad assistere il papà del futuro vescovo di Trento, non se ne andrà più. Undici anni dopo, Elena diviene ufficialmente la perpetua di monsignor Alessandro, con tanto di nulla osta del cardinal Roncalli, di lì a poco Papa Giovanni XXIII. «Venne a cena e diede il suo benestare perché avrei dovuto avere almeno 40 anni per prendere servizio in casa di un prete. Sull'uscio mi disse: “Ecce ancilla Domini” “Ecco la serva del Signore, se lo ricordi bene...”; quelle parole mi sono state da guida in molti momenti non facili della vita. Ma penso di essermela cavata tutto sommato bene, se sono arrivata a chiudergli gli occhi».

Oggi sorride con lo sguardo lucido, davanti ai microfoni di Trentino inBlu, Elena Daresi, ripensando ai 57 anni accanto ad Alessandro Maria Gottardi. Testimone diretta dei passaggi chiave della sua vita, a cominciare dall'approdo a Trento. «Credo che lui abbia fatto fatica, ma ce l'abbia messa tutta per capire i trentini; era abituato a Venezia, con una certa disciplina e con preti molto docili, quello che non erano i preti trentini, abituati all'indipendenza, caratteri forti. Poi un po' alla volta ha cercato di capirli e ha voluto loro sempre molto bene».

Elena e un servizio segnato da grande discrezione negli anni dell'episcopato (“ma mi teneva spesso informata su quello che faceva”), diventata familiarità nell'ultimo decennio a Villa S. Nicolò: «Come con un buon fratello: si mangiava insieme, si giocava a carte la sera perché lo aveva ordinato il neurologo, dopo le sue due ore di preghiera e la passeggiata con i giovani della vicina comunità di recupero. A un certo punto prevalse in lui il pessimismo, vedeva sempre il peggio». Fino a quell'ultima settimana, dieci anni fa, quando in Elena si ritaglia anche l'immagine più intensa del suo vescovo.«Di fronte all'ipotesi di un nuovo ricovero, mi prese i polsi dicendo “Basta ospedale! Non vedi?” e guardò il cielo come a dirmi “non capisci che sto per morire”. L'ho visto spegnersi così serenamente, desidero anch'io morire così».

Per Elena a luglio saranno novant'anni. «Spero di vivere il tempo che Dio mi darà in rendimento di grazie per tutto il bene che ricordo di monsignor Gottardi. Lui ha sempre vissuto poveramente e in sobrietà. E ha sempre avuto grande fiducia in me».

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