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La storia

Solo andata

La morte? La morte ha il sorriso dolce e occhi pieni di speranza. Come gli occhi di Michael, che ammicca da uno schermo da 15 pollici. La morte ha consistenza di plastica e carta. La plastica del guscio nero del suo Toshiba Satellite, il computer portatile che volentieri metteva a disposizione degli amici. La carta del foglio che riproduce in fotocopia il passaporto rilasciato il 21 novembre 2007 dal ministero dell'Interno della giovane Repubblica di Eritrea (è stato indipendente dal 24 maggio 1993) a Michael Ghebreyesus Sereke. La morte ha il colore livido del Mediterraneo, quando richiude le sue onde sui molti – troppi - che non ce l'hanno fatta a unirne le sponde. Proprio come Michael, nato a Jengeren, nella regione dell'Anseba, il 23 novembre 1982, residente ufficialmente a Khartoum, capitale del Sudan, migrante in fuga dal suo paese, riparato in Libia, formalmente disperso ma, molto probabilmente, finito in fondo al mare alla metà di marzo 2011. Cos'altro so di Michael?

Parole chiave: migrazioni (1026), mondialità (1904), Africa (574), Mediterraneo (59)

Dal 1988 almeno 17.738 persone sono morte di viaggio, lungo le frontiere della fortezza Europa. 1.931 soltanto dall'inizio del 2011. Michael Ghebreyesus, giovane profugo eritreo, era uno di loro. Ne raccontiamo la vicenda

Trento - Il computer di Michael Ghebreyesus, giovane eritreo morto nel Mediterrano. - 05/08/2011 - Vita Trentina

Trento - Il computer di Michael Ghebreyesus, giovane eritreo morto nel Mediterrano. - 05/08/2011 - Vita Trentina

La morte? La morte ha il sorriso dolce e occhi pieni di speranza. Come gli occhi di Michael, che ammicca da uno schermo da 15 pollici. La morte ha consistenza di plastica e carta. La plastica del guscio nero del suo Toshiba Satellite, il computer portatile che volentieri metteva a disposizione degli amici. La carta del foglio che riproduce in fotocopia il passaporto rilasciato il 21 novembre 2007 dal ministero dell'Interno della giovane Repubblica di Eritrea (è stato indipendente dal 24 maggio 1993) a Michael Ghebreyesus Sereke. La morte ha il colore livido del Mediterraneo, quando richiude le sue onde sui molti – troppi - che non ce l'hanno fatta a unirne le sponde. Proprio come Michael, nato a Jengeren, nella regione dell'Anseba, il 23 novembre 1982, residente ufficialmente a Khartoum, capitale del Sudan, migrante in fuga dal suo paese, riparato in Libia, formalmente disperso ma, molto probabilmente, finito in fondo al mare alla metà di marzo 2011.

Cos'altro so di Michael? Facciamo un passo indietro. Domenica 7 agosto. Sono in viaggio verso Roma. Appoggio con rispetto sul tavolino del Freccia Argento il Toshiba di Michael. Lo accendo. Nel tempo che il sistema operativo Windows 7 ci mette a caricarsi, rileggo alcuni ritagli di giornale che ho portato con me. “Risultano ancora disperse in mare, venti giorni dopo la loro partenza dalla Libia, due imbarcazioni di eritrei dirette a Lampedusa”, scriveva il quotidiano La Repubblica il 13 aprile. “Sulla prima c'erano 335 passeggeri, e sulla seconda 160. Entrambe avevano chiesto soccorso telefonando alla comunità eritrea di Roma. Ma non sono mai arrivati a destinazione. Né in Italia, né a Malta, né sono rientrati in Libia”.

Su uno di quei barconi era salito, fino a prova contraria, anche Michael. Michael che conserva il suo sorriso nella foto scattata nella cattedrale cattolica di Tripoli nel dicembre 2010 e che appare ora sullo sfondo del desktop del suo computer. Lui è il primo da destra. Sembra felice, accanto agli amici e alle amiche della numerosa comunità eritrea, che nella parrocchia cattolica aveva trovato un punto di riferimento importante. Questa immagine, e molte altre, qualche filmato, una serie di documenti sono tutto ciò che rimane di Michael. Un pugno di dati digitali. Memoria viva, però. Che parla. E dice di un giovane insofferente al giogo di una dittatura, quella del presidente Isaias Afewerki, in carica dal 1993, di cui poco o nulla si parla in Occidente. Un giovane che, come altri, non vedeva prospettive in un paese dalla precaria situazione economica, deteriorata dal conflitto con l'Etiopia, e afflitto dalla carestia come il resto del Corno d'Africa. Un giovane riparato a prezzo di sofferenze inaudite fino in Libia, a Tripoli. E morto in mare, cercando di raggiungere l'Italia.

Trento - Don Sandro De Pretis nella redazione di Vita Trentina con il computer del giovane profugo eritreo. - 05/08/2011 - Vita Trentina

Trento - Don Sandro De Pretis nella redazione di Vita Trentina con il computer del giovane profugo eritreo. - 05/08/2011 - Vita Trentina

E' questa memoria che sto riportando a casa. Il tramite, don Mussie Zerai, voce – attraverso l'agenzia di informazione Habeshia – del dramma eritreo. Don Zerai mi attende a Roma, in Vaticano.

Tutto è cominciato il 5 agosto scorso. In redazione arriva don Sandro De Pretis. Il prete di origine trentina, espulso da Gibuti, si era messo a disposizione della chiesa cattolica a Tripoli per servire in particolare le comunità somala ed eritrea, e poi, con l'inizio della guerra, si era spostato in Tunisia. Mi racconta, don Sandro, dell'ultima esperienza pastorale nel campo profughi di Choucha, al confine con la Libia. E, prima di congedarsi, saputo che a breve sarei partito per Roma per raggiungere moglie e figli in vacanza dalla suocera, chiede una cortesia: “Porteresti questo computer portatile a Roma, in Vaticano?”. Certo che sì. Ma di chi è questo portatile, chiedo? Don Sandro comincia a raccontare, tornando con la memoria alla fine di febbraio. Sono giorni di calma apparente a Tripoli. I leader occidentali definiscono le sanzioni contro Gheddafi. Il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, denuncia l'emergenza dei circa duemila profughi eritrei, assistiti, fino a poche settimane prima, proprio da don De Pretis, che nel frattempo è rientrato in Italia. Don Sandro riesce a tornare in Libia ai primi di marzo. In tempo per dare una mano a tentare di organizzare l'evacuazione degli eritrei intrappolati in Libia e che si sentono minacciati sia dagli insorti, che vedono in loro mercenari del regime di Gheddafi, sia dai lealisti.

L'8 marzo le pressioni del vescovo mons. Martinelli, del Cir – Consiglio italiano per i rifugiati, della Comunità di Sant'Egidio, dell'agenzia Habeshia sortiscono un risultato. 58 rifugiati eritrei sono imbarcati su un aereo dell’Aeronautica militare italiana e arrivano a Crotone, ospitati nel Centro di Sant’Anna per richiedenti asilo. Un altro gruppo viene fatto partire di lì a qualche giorno. Il Ministero degli Esteri italiano, attraverso l'Unità di crisi, l'ambasciata a Tripoli e la Direzione generale per gli italiani all'estero, porta sul territorio italiano altri 63 profughi eritrei. Poi la situazione precipita. Il 17 marzo il Consiglio di Sicurezza dell'Onu approva la risoluzione che autorizza l'imposizione di una no-fly zone sulla Libia “con tutti i mezzi a disposizione”, incluso il ricorso all'uso della forza. La decisione arriva mentre Gheddafi sta per sferrare l'ultimo attacco a Bengasi, in Cirenaica, dopo aver riconquistato quasi tutti i centri importanti che erano caduti nelle mani dei ribelli. Evacuare per via aerea altri profughi diventa impossibile. Il grande esodo, ricorda Gabriele Del Grande di Fortress Europe, era iniziato alla metà di febbraio. L'Organizzazione internazionale delle migrazioni ha calcolato che da allora oltre 650.000 persone hanno lasciato la Libia via terra, raggiungendo l'Egitto, il Sudan, il Ciad, il Niger, l'Algeria e la Tunisia: “I primi a partire sono stati gli eritrei e i somali, persone da più di due anni bloccate a Tripoli, compresi decine di respinti dall'Italia nel 2009. Gente che all'Europa non c'aveva mai pensato. Ma che sotto le bombe ha preso l'unica decisione sensata: andarsene prima che fosse troppo tardi”.

Roma - L'arrivo nella Città del Vaticano. - 19/08/2011 - Vita Trentina

Roma - L'arrivo nella Città del Vaticano. - 19/08/2011 - Vita Trentina

“A contribuire a redigere la lista degli eritrei da evacuare ha dato un contributo importante proprio Michael, con il suo computer”, mi spiega don Sandro. E prosegue: “Il computer che mi ha affidato, prima di tentare di raggiungere l'Italia via mare. Era consapevole dei rischi e non voleva portare con sé uno strumento tanto prezioso. Era anche il tesoriere per la comunità eritrea, preciso e affidabile”. Senza bisogno di molte parole, tra i due si instaura un tacito accordo. Se dovesse succedere qualcosa, don Sandro si sentirà moralmente impegnato a riportare a casa qualcosa di Michael. Almeno attraverso questa memoria digitale.

Il cellulare emette il segnale dell'arrivo di un sms. E' di don Sandro De Pretis. Mi ha inviato il numero di telefonino di don Zerai. Lo chiamo, ma non è raggiungibile. Risponde invece una voce di donna, straniera, che capisce poco l'italiano. Chiudo la comunicazione e chiamo don Sandro. Risponde da Choucha, la voce va e viene, anche perché il treno sta infilando l'Appennino. Verifico il numero con don Sandro. Le ultime due cifre del numero di don Zerai erano state invertite. Tutto a posto. Questa volta risponde. Fissiamo un appuntamento in Vaticano, al Collegio Etiopico, il 19 agosto.

Città del Vaticano - La consegna a don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia di informazione Habeshia, del computer di Michael. - 19/08/2011 - Vita Trentina

Città del Vaticano - La consegna a don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia di informazione Habeshia, del computer di Michael. - 19/08/2011 - Vita Trentina

In piazza del Sant'Ufficio le guardie svizzere mi guardano un po' storto, poi la verifica in portineria che effettivamente sono atteso risolve la situazione. Percorro i viali alle spalle del Cupolone fino al Collegio Etiopico. Don Mussie Zerai si affaccia in cima alla scalinata. Un saluto, un bicchiere di aranciata e il computer di Michael è nelle sue mani. Saprà lui come farlo arrivare a destinazione. Il viaggio di Michael non è ancora terminato.

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