Si scava nella storia

La misurazione al Carbonio14 di alcuni reperti ha confermato che i monti della valle erano frequentati già 12 mila anni prima di Cristo

I monti della valle di Ledro erano frequentati già 12 mila anni prima di Cristo. Ovvero nel periodo Epigravettiano (tardo Paleolitico), 8 mila anni prima dell’Età del bronzo cui l’area palafitticola di Molina appartiene. La conferma è arrivata nelle ultime settimane grazie alla misurazione radiometrica al Carbonio14 alla quale sono stati sottoposti alcuni reperti di materiale fossile prelevati ancora l’anno scorso nei 43 metri quadrati del sito di Pozza Lavino, nella zona di Tremalzo, a 1.800 metri di quota, sul confine con la provincia di Brescia, dai ricercatori del Muse Alessandro Fedrigotti e Luca Scoz.

Quanto ipotizzato nel corso delle campagne di scavo del 2013 e nelle ricerche post-scavo è stato ora dunque stabilito con certezza, permettendo così agli archeologi di retrodatare la presenza umana sui monti della valle di Ledro di ben otto millenni. Ma non solo. Venuta alla luce nel 2011, nel corso delle ricerche estive degli ultimi tre anni l’area archeologica di Lavino ha restituito in tutto 354 reperti, per lo più resti ceramici e di selce, che per dimensioni e caratteristiche erano stati ritenuti interessanti e meritevoli di ulteriori studi.

Gli esperti hanno pertanto potuto scoprire che la frequentazione dei monti ledrensi da parte degli uomini preistorici è avvenuta pure nel periodo Mesolitico antico (8.000 a.C.) e recente (6.000 a.C.), così come nel Neolitico medio (4.450 a.C.) e quindi non solo da parte di palafitticoli ma anche di popolazioni molto più primitive, dedite tanto alla caccia e alla raccolta di alimenti di sostentamento in alta quota quanto alle primissime attività legate alla pastorizia.

Per gli studiosi si tratta di scoperte significative, che per la prima volta attestano la presenza umana in epoche così remote in questa parte di Trentino ma che allo stesso tempo aprono gli orizzonti ad altri interrogativi. Le nuove conferme potrebbero infatti cambiare radicalmente il quadro del popolamento umano nel territorio prealpino e contribuire ad arricchire le conoscenze sulla vita dell’uomo preistorico nell’ambiente montano. “Quelli rinvenuti a Tremalzo sono risultati essere tra i più antichi resti di frequentazione umana post-glaciazione dell’area sud-occidentale della nostra provincia”, spiega Luca Scoz. “Ora tutto viene messo in discussione, si riapre il fronte delle ricerche archeologiche in Trentino”.

Gli scavi in Tremalzo, ricorda Scoz, erano partiti grazie a due indizi. “La presenza di un piccolo specchio d’acqua, essenziale per individuare siti archeologici in alta quota, specialmente in una località come Tremalzo dove l’acqua scarseggia, e dal casuale ritrovamento avvenuto negli anni passati da parte di Francesco Rigobello, botanico del Muse, di un frammento di pietra, identificato come selce scheggiata dall’uomo”, dice il ricercatore. “In occasione poi di alcune ricognizioni di superficie compiute nel 2011 erano state rinvenute altre tracce che ci avevano fatto ipotizzare ad una frequentazione antica del luogo. Oggi confermata dal Carbonio14”.

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