Tutto il tempo di diventare grande

Boyhood, che letteralmente significa fanciullezza, ovvero l’età tra gli 8 e i 17 anni, è il tempo reale in cui si svolge l’interessante e intenso “period movie” di Richard Linklater (Usa 2014), che ha entusiasmato il festival di Berlino.

Period movie nel senso che il film riprende nel suo svolgersi reale i dodici anni di vita di Mason, un ragazzino americano che vive nel Texas con la sorella Samantha, la madre Olivia e il padre separato. Perciò il racconto si svolge in dodici anni e riprende gli attori nel loro crescere e invecchiare: tecnicamente il regista riuniva gli stessi attori per alcuni giorni all’anno, in dodici anni, e girava le scene del film. Non a caso la filmografia precedente di Linklater è una trilogia sul tempo e sul tema dell’amore: Prima dell’alba (1994), Prima del tramonto (2004), Before Midnight (2013).

Quello di Boyhood è un esperimento decisamente riuscito perché guardando il film lo spettatore si immerge completamente nella quotidianità della vita di Mason e della sua famiglia “normalmente” sgangherata, che vive e va avanti a fatica tra mille difficoltà, gioie e delusioni.

Il centro del film è il concetto di famiglia, nel senso di nucleo affettivo-esperienziale, anche se di fatto la famiglia di Mason è tutta divisa, a partire dal padre, interpretato da un umano e amorevole Ethan Hawke; un padre che sogna il rock, che non ha un lavoro e che ha avuto Mason troppo presto, un padre però che nel suo totale disordine, cerca di rimanere molto legato ai figli.

Così Mason vive un’infanzia apparentemente normale, fatta di amici, giochi, piccoli e grandi amori, ma fondamentalmente turbata dai continui traslochi e dai mariti della madre (Patricia Arquette), che purtroppo si trova sempre degli “st… ubriaconi”, come lui stesso dice. Se le circostanze sono sempre al limite, il tono del film è sereno, mai cupo o tetro, perché Linklater fa solo intuire la violenza sottesa, soffermandosi maggiormente sull’intimità della vita quotidiana.

E intanto che Mason cresce, si intravede sullo sfondo l’America con tutte le contraddizioni di un paese estremamente difficile e complesso. E’ infatti faticoso vivere in America e cercare di emergere, se si parte dal basso, ed è ancora più faticoso se si cerca di non essere uno dei tanti “imbecilli”.

“E qual è il punto?” chiederà Mason al padre.

Il punto non si sa, quale sia. Sta di fatto che i genitori di Mason a loro modo si salvano, ce la fanno: Claudia studia e ottiene un buon lavoro, il padre cresce e pur senza abbandonare le passioni diventa adulto, si trova un lavoro, una donna stabile. E Mason e Samantha crescono grazie o nonostante gli sbagli dei loro genitori, crescono grazie alle storie che il padre racconta, le storie rock a cui lui crede; crescono grazie anche alle debolezze dei loro genitori.

“L’importante è che tu adesso senti qualcosa, Mason, quando diventi grande ti viene la pelle dura”, così il padre incoraggia il figlio depresso per la prima delusione amorosa.

E Mason non diventa un disadattato che gioca solo ai videogame, non diventa un obeso che si nutre di schifezze, un giovane che non ha niente da dire agli altri; Mason cresce con la passione della fotografia, cercando di capire che cosa vuole diventare realmente; insomma Mason impara a non cogliere l’attimo, ma a farsi cogliere dall’attimo.

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