La nonviolenza come metodo e strategia

Battersi per i diritti umani in quello che è ritenuto uno dei paesi sudamericani più violenti, dove il conflitto è prima di tutto lotta per la terra

Certo, ha un effetto emotivo notevole ascoltare la testimonianza di Enrique e di Yomaira, un giovane uomo e una giovane donna, esuli, che dalla loro terra, la Colombia, hanno dovuto andarsene perché minacciati di morte. Perché questo vuol dire oggi battersi per i diritti umani in quello che è ancora ritenuto uno dei paesi sudamericani più violenti: subire l’ostracismo dei più forti, dei potenti, fino a rischiare la vita.

Ma è assai eloquente – e molto significativo – il modo in cui Enrique e Yomaira hanno saputo affrontare la loro lotta per le istanze di giustizia sociale e di libertà per i contadini colombiani della loro regione: l’assunzione della nonviolenza attiva come metodo e come strategia in un contesto di terrificante violenza e di repressione generalizzata contro chiunque si oppone agli assetti istituzionali di potere.

“Resistenza, territorio, biodiversità. La lotta nonviolenta in Colombia” è stato il tema dell’incontro tenutosi al Cafè de la paix a Trento mercoledì 14 gennaio, organizzato dal Forum per la Pace trentino e da altre organizzazioni internazionali. Si tratta proprio di una lotta impari, almeno apparentemente, intrapresa da queste persone nella loro fragilità, contro l’esercito, i gruppi paramilitari e –indirettamente – anche contro la guerriglia delle Farcs (che, al confine con il Venezuela, tengono ancora in ostaggio decine di persone).

Le vittime di questo conflitto sono principalmente i civili, i campesinos, i leader delle comunità contadine. “Apparteniamo a queste terre! Non possiamo essere cacciati a forza dai nostri territori!”, hanno ribadito con forza Enrique e Yomaira. Il loro è un grido che si leva alto, di dignità e di giusta rivendicazione.

Il presidente Manuel Santos – un volto più presentabile del torvo Alvaro Uribe, che continua tuttavia a conservare un potente scranno come senatore – ha aperto ai negoziati di pace con le Forze armate rivoluzionarie delle Colombia (Farc), ma senza tenere in debito conto la presenza dei movimenti sociali che rappresentano in modo emblematico la questione agraria, cioè l’iniqua distribuzione e accaparramento delle terre più fertili con la cacciata dei campesinos.

Non c’è dubbio che il conflitto colombiano è prima di tutto un conflitto agrario, un conflitto legato al tema della terra. Ed Enrique ha proprio detto in modo chiaro che si stanno svendendo le terre alle multinazionali e ai proprietari terrieri. Viene così a scemare quella che ha chiamato la sapienza contadina, i piccoli proprietari che hanno amorevolmente tramandato i modi di coltivazione ataviche che hanno sempre permesso alle comunità rurali una dignitosa esistenza nelle terre dei loro progenitori che a loro sono tanto care e preziose per la stessa loro sopravvivenza, la coltivazione del platano, del riso, poter disporre di qualche mucca.

Per far fronte alla violenza strutturale le comunità contadine chiedono di porre termine alla pratica del desplazamiento forzado, l’esodo sotto minaccia che costringe le famiglie ad andarsene dalla loro terra. E in questo, per fortuna, la resistenza delle comunità locali si avvale della presenza dei volontari internazionali come ha potuto sperimentare per vario tempo sul posto Sara Ballardini, una giovane donna trentina che fa parte dell’Operazione Colomba.

La creazione di zone di riserva contadina – zone umanitarie! – permette di assicurare l’autosussistenza delle comunità e una certa sicurezza di fronte alla protervia dei paramilitari fortemente compromessi con il narcotraffico.

Tutto questo in uno scenario nazionale in cui il 16% della gente vive nell’indigenza più estrema e il 45% (il 62% nelle campagne) è al di sotto della soglia di povertà.

Enrique e Yomaira Mendoza fra poco rientrano in Colombia, il loro “viaggio” in Italia e in Europa non è stato voluto, ma costretto. Ma è servito per far conoscere la loro situazione e quella di tanti campesinos come loro. Sanno che rientrano con loro grave rischio e pericolo, confidano nella vicinanza dei volontari provenienti da varie parti del mondo per attenuare la repressione, scudi umani e presenze amiche.

E’ il coraggio della nonviolenza attiva che si intravede sui volti indios, belli, fieri e caparbi, di Enrique e Yomaira. Chiedono di non lasciarli soli, di accompagnarli.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina