anno 90 - n° 24
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UNA STORIA DI MALATTIA E DI CORAGGIO

“Ma non finisce qui...”

A colloquio con Cinzia, sulla “sua” panchina davanti all'Hospice di Villa Igea: “Combatto con le unghie e con i denti...”

Percorsi: hospice - malattia
Parole chiave: sofferenza (38), Malattia (345), guarigione (3)
Trento - Cinzia Scalfi - 9/6/2015 - Gianni Zotta

 “La materia svanisce, ma il cuore, l’anima e la mente rimangono nelle persone care, nella misura di ciò che tu hai dato”

“È stata una festa magnifica, venerdì. C’erano proprio tutti, tutta la famiglia, le amiche, gli amici. Beh, i 18 anni arrivano una volta sola. E se poi a compierli è tua figlia…”. Cinzia Scalfi ha 54 anni e a quel compleanno, il 5 giugno scorso, non voleva proprio mancare anche a costo di dover tornare sotto i ferri per un’operazione rischiosa, non risolutiva. “Ma non avevo paura. Per il mio amore, questo e altro. E ora, sono qui a raccontarla”.

Cinzia esce dall’Hospice di Villa Igea sulla sua carrozzina, come ogni mattina da una ventina di giorni a questa parte. Attraversa la strada e si ferma sotto le fronde della betulla che la ripara dal caldo sole di giugno. Una panchina, tanti amici che ogni giorno la vengono a trovare per fare quattro chiacchiere, e che si fermano fino a tarda sera. Questa è diventata la sua oasi, da dove ci chiede di condividere con i lettori i suoi pensieri...in libertà. “Chi me lo fa fare di stare chiusa tra quattro muri, in una stanza di ospedale?”, sorride.

Dopo un ricovero d’urgenza in ospedale, Cinzia è qui dal 18 maggio scorso. “Nel luglio del 2013 – racconta quasi a memoria il suo calvario iniziato due anni fa - mi diagnosticano un tumore pancreatico, il 4 settembre mi asportano pancreas e milza. Poi 8 mesi di chemioterapia durante i quali riesco a riprendere a lavorare, part time, in casa di riposo”. Cinzia si ferma e sorseggia un po’ d'acqua da una bottiglietta. La brezza fresca del mattino le accarezza i capelli. La voce si fa più flebile. “Terminata la chemio arriva la recidiva pancreatica. 20 ottobre 2014, una data che non mi scordo. Operazione devastante, di tipo demolitivo: mi tolgono utero, ovaie, tube e una catena linfonodale aortica. Ma non c’è nemmeno il tempo di tirare il fiato…”. Il fisico è debilitato, debolissimo, quando arriva una nuova diagnosi: tumore peritoneale. “Mi dicono che non c’è scampo, non c’è cura, non c’è terapia...”.

Secondo i medici, c’è solo da sperare che il tumore non sia aggressivo come il precedente al pancreas, esploso in un mese e mezzo. Ma Cinzia non si arrende. È una guerriera, come le dicono tutti. “Operazioni, dolore. Ma io lotto. Ci sono, combatto con le unghie e con i denti. E mi sento anche fortunata…”.

Passa un’amica, una vicina di casa. Non la vede da qualche mese. Tre baci, “non metterti a piangere però eh, vedi che ci sono, sono qua”, ripete. “Ci rivedremo presto sull’autobus…” la saluta, passandosi tra le dita il Tau di legno che porta al collo. “Un regalo di fra Ezio, il cappellano”, spiega. “Rispondendo alle mie domande, mi ha spiegato il significato di questo crocifisso francescano, mi ha parlato del profeta Ezechiele. Quando gli ho detto che avrei voluto indossarlo, il mattino seguente me l’ha fatta trovare sul comodino: un piccolo, grande gesto”.

La malattia segna, non soltanto nell’aspetto. Ti cambia dentro, ti rende molto sensibile. “Faccio più attenzione alle piccole cose: un fiore, una foglia che cade, l’ombra di un albero che ti protegge dal caldo, il battito delle ali di un uccello”, racconta alzando gli occhi al cielo. “E col tempo sono arrivata al punto di piacermi. Sono serena. Penso di aver raggiunto i miei obiettivi…”.

Le terapie palliative cercano di renderle la vita il più “normale” possibile. “Vivo ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo, voglio godermi ogni istante. Progetto a breve termine. Lottare e vivere, fino alla fine. Mai mollare, anche se sei piena di tubi. Me lo ripeto sempre. Non è la vita che fa le ore, sono le ore che fanno la vita. È la qualità, l’amore per e di chi ti sta a fianco, i piccoli gesti, le piccole azioni che ti rendono felice”.

Non si piange addosso e non si vuole far piangere addosso. Lo ripete più volte durante la nostra chiacchierata sulla panchina. E non chiamatela “malata terminale”: “Aborro questa definizione. Terminale che? Non termina niente, soltanto la nostra carne. La morte è una prova che ci viene messa davanti da qualcosa di più grande di noi. La materia svanisce, ma il cuore, l’anima e la mente rimangono nelle persone care, nella misura di ciò che tu hai dato. Lo dice sempre mia madre: chi semina raccoglie...”.

Alle quattro e mezza la sua finestra è già spalancata per far filtrare la prima luce, l’aria fresca del mattino. Tra una passeggiata sul corridoio e una buona lettura arrivano le 7, l’ora del cambio turno per gli infermieri. “Da quando sono qui, mi sono offerta di preparar loro il caffè”. Accanto a moka e tazzine lascia ogni mattina anche un biglietto: “Buongiorno, angeli! - ha scritto l'altro giorno - A chi buon riposo, a chi buon lavoro. Chi l’ha dura la vince. Cinzia”.

“Ma non finisce qui...”
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