Torna la sfida della grande riforma

Renzi promette di ridurre le tasse. Gli avversari al momento hanno buon gioco a sostenere che sono le solite promesse del premier, difficili da mantenere

Renzi non si fa ingabbiare dalla crisi di immagine che gli rovesciano addosso le turbolente vicende del municipio di Roma e della regione Sicilia, anzi sceglie di rilanciare. Lo fa a modo suo mandando al PD romano il messaggio che il sindaco della Capitale è stato eletto e dunque deve essere buttato giù eventualmente dagli altri eletti con lui: il governo si chiama fuori, limitandosi a garantire che se si opererà bene non mancherà il sostegno di Palazzo Chigi. In qualche misura il messaggio dovrebbe valere anche per il governatore Crocetta, a cui comunque il governo ha dovuto dare da subito 500 milioni per evitare la bancarotta: una mossa obbligata, ma anche irritante e il governatore veneto Zaia denunciandola non si può dire abbia sbagliato.

Il premier-segretario si rende peraltro conto che non se la può cavare così a buon mercato, perché il danno d’immagine è pesante soprattutto in vista delle amministrative della prossima primavera, che vedranno sia la Lega che il M5S scatenati a mettere in crisi la tradizionale preminenza delle sinistre a livello municipale. Soprattutto i secondi, che si stanno riorganizzando su linee meno spontaneistiche e più “politiche”, costituiscono una sfida che il PD non deve sottovalutare.

Ecco allora rinforzarsi sempre la linea che punta tutto sul tema della riduzione delle tasse. Renzi ha probabilmente registrato che la riforma istituzionale appassiona poco l’opinione pubblica. Abolire o meno il Senato, rivederne i poteri è un tema per addetti ai lavori, inclusi ovviamente quelli che al Senato ci lavorano nel senso più banale del termine, cioè gli attuali senatori, per la maggior parte poco entusiasti di restare a piedi.

Le tasse sono invece un tasto dolente in un paese come il nostro dove sono tradizionalmente percepite come una forma di vessazione: il potere chiede sempre soldi ai cittadini che in cambio pensano di ricevere sia poco che di qualità scadente. In parte è un mito e un pregiudizio, ma in parte c’è del vero, soprattutto se si tiene conto che i pesi contributivi non sono spalmati in maniera razionale sui cittadini: non sfugge il lavoro subordinato, anche quello di alto livello, ma per il resto è una giungla in cui è difficile orientarsi e in cui si ha l’impressione prevalgano i furbi.

Renzi allora sceglie di fare della riduzione della pressione fiscale il tema di una campagna d’autunno che ha già aperto in piena estate. Nelle sue intenzioni dovrebbe ridargli il consenso popolare che si è assottigliato nell’ultimo anno ed anche mettere in difficoltà i suoi avversari. Al momento però nessuna delle due ipotesi si è tramutata in realtà. L’estate non è il momento più propizio per testare gli umori dell’opinione pubblica. Quanto agli avversari al momento hanno buon gioco a sostenere che sono le solite promesse del premier, difficili da mantenere perché richiedono risorse che si ritiene siano difficili da trovare.

Su questo tema il governo tiene al momento le carte coperte. Il rinvio agli effetti miracolosi della spending review, al recupero di una parte dell’evasione fiscale, sono argomenti rituali che hanno usato più o meno tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Tanto che alla prima prova, cioè nella legge sugli enti locali che contempla i tagli al sistema sanitario, si è subito gettato il sasso e nascosta la mano: la ministro Lorenzin si è affrettata a dire che non si tratta di tagli, ma di razionalizzazione, mentre le regioni hanno iniziato il pianto greco sul come faremo a dare buoni servizi ai cittadini.

Certo si è visto subito quanto sia difficile scendere nel concreto. Per esempio la pressione sui medici perché limitino le prescrizioni di esami come tac e risonanze magnetiche non si sa come possa funzionare bene, perché non sarà facile stabilire a priori quando quegli esami servono a fini diagnostici (soprattutto con professionisti che hanno perso il vecchi,o “occhio clinico” essendosi abituati ad interpretare non sintomi ma risultati ottenuti dalle macchine). Il rischio di finire o in una abolizione pericolosa di metodiche d’indagine o nella consueta “grida manzoniana” a cui non segue nulla è piuttosto alto.

Dunque Renzi si è avviato su una strada impervia e rischiosa. Certo se riuscisse potrà guadagnare molto sia in Italia che in Europa, ma se non ce la facesse ci consegnerebbe alle faide di una politica che vuole liberarsi di lui senza sapere come sostituirlo.

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