anno 90 - n° 42
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In dialogo con Pier

Ma Francesco ha già segnato il Sinodo

In questi giorni si sta svolgendo il Sinodo sulla famiglia. Mi auguro che la Chiesa di Francesco sappia tradurre in pratica le parole importanti e nuove che sono state dette negli ultimi mesi. Tu cosa ne pensi?

Parole chiave: famiglia (1277), Sinodo (167)

Ciao Pier,

sono contenta che hai cominciato una nuova rubrica per Vita Trentina. La leggo sempre con piacere.

In questi giorni si sta svolgendo il Sinodo sulla famiglia. Io non sono molto esperta su questo argomento, ma mi auguro che la Chiesa di Francesco sappia tradurre in pratica le parole importanti e nuove che sono state dette negli ultimi mesi.

Tu cosa ne pensi?

Ti ringrazio,

Miriam

Il Sinodo sulla famiglia, arrivato alle sue battute finali, sarà sicuramente ricordato come un evento significativo per la Chiesa cattolica e non solo. A prescindere dalle conclusioni effettive, che ancora non conosciamo, lo stesso cammino di avvicinamento a questa assemblea (Sinodo vuol dire “camminare insieme”), accompagnato da una consultazione di un’ampiezza senza precedenti, rappresenta una novità fortemente voluta da papa Francesco, una prassi destinata a ripetersi anche in futuro. I fedeli sono stati coinvolti, variegato e approfondito il dibattito, attento e scrupoloso l’approccio verso le questioni più spinose: il dialogo è stato franco e incentrato più sulla “persona” che sulla “dottrina”. Lo stile di Francesco ha già segnato il Sinodo.

L’attenzione del mondo “laico” è stata enorme, con i soliti eccessi a cui il circuito dell’informazione ci ha abituato. Mi rallegro di questo interesse, benché spesso si attendano dalla Chiesa comportamenti e pronunciamenti che essa non può assumere, quasi che il progresso o meno della società dipenda dalle sue presunte aperture o alle sue irrevocabili chiusure. Sarebbe meglio per tutti che davvero ci fosse una netta separazione tra Chiesa e Stato, la cui commistione non ha mai portato bene a nessuno.

Il Sinodo è prima di tutto un evento interecclesiale e va letto in questo modo, al di là delle dietrologie. I vescovi si rivolgono ai credenti proponendo ad essi una visione di matrimonio e di famiglia che potrebbe apparire ideale o utopica, ma che invece vuole corrispondere (il più possibile) al Vangelo e alla tradizione della Chiesa.

Papa Francesco ha più volte chiesto “perdono”. Subito tutti hanno pensato ai casi di pedofilia, ai problemi di alcuni preti ostentati in televisione – vedi il caso del monsignore polacco che ha fatto outing in concomitanza con l’apertura del Sinodo (e dell’uscita del suo libro) – all’eterna questione del celibato. Penso che Francesco abbia presente un certo ritardo della Chiesa nell’affrontare la concreta sofferenza delle persone, troppo spesso giudicate in nome di dogmi immutabili. È molto labile il confine tra l’esigente concezione del matrimonio, della sessualità e della famiglia, proposta dalla Chiesa, e una visione arcigna, fatta di divieti, a volte spiccatamente sessuofobica, ombrosa, inquisitoria che purtroppo ha caratterizzato l’evolversi della posizione ecclesiale su questi temi. Il Papa forse chiede perdono anche per questo.

La riuscita o meno del Sinodo non si misura allora sul grado di innovazione riguardante le coppie omosessuali, l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, la generazione responsabile dei figli (cose diversissime, ma che purtroppo vengono raccolte in elenchi poco omogenei), ma sulla capacità della Chiesa di essere “ospedale” da campo che non fa l’esame del colesterolo a un ferito che muore dissanguato. Trovo fuorviante la contrapposizione tra “giustizia” e “misericordia”, tra “verità” e “accoglienza”: la giustizia e la verità del cristianesimo sono la misericordia stessa, a prescindere da ogni altra cosa.

È un bene che la Chiesa parli di famiglia cercando però di uscire da una certa astrattezza teologica, peraltro inevitabile in un clero costituito da uomini celibi e soprattutto anziani che, quando pensano alla famiglia, per forza di cose devono scavare nella memoria di bambini immergendosi in un tempo che non c’è più.

Un consiglio: nel leggere il documento finale del Sinodo, guardiamo anche le parti in cui viene descritto un ideale di vita e di amore, forse controcorrente, inattuale, “profetico”, ma che ci consente di continuare a puntare in alto e ad avere ancora grandi prospettive di una felicità possibile.

Ma Francesco ha già segnato il Sinodo
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