Burundi, il silenzio rende complici

La denuncia di cinque associazioni trentine che operano nel Paese. A Brentonico il 18 marzo uno spettacolo di sensibilizzazione

Una guerra dimenticata nel cuore dell'Africa in procinto di incendiare la zona dei Grandi Laghi. Sul Burundi si tace perché dietro al sanguinoso conflitto operano le nazioni occidentali. Avidità, ipocrisia e cecità di chi sta al potere inducono ad ignorare le enormi sofferenze delle popolazioni locali – prime vittime i bambini -, ma nemmeno ci si rende conto che tutto ciò si riverserà anche in Europa, con l'incremento dei profughi.

Tre giorni fa Bruxelles ha deciso di sospendere gli appoggi economici al governo burundese, pur mantenendo i soccorsi umanitari alla popolazione, in attesa che si tenti di normalizzare la situazione. “Il silenzio rende complici e noi, pur nel nostro piccolo, non intendiamo conformarci a tale complicità”, afferma Mauro Dossi, presidente dell’associazione “Il Melograno” Onlus di Brentonico, spiegando le ragioni dell'iniziativa di sensibilizzazione che si terrà a Brentonico venerdì 18 marzo ad opera delle associazioni della Vallagarina che lavorano in Burundi.

Ormai nel paese africano è guerra civile tra chi sta al potere – il presidente Pierre Nkurunziza rieletto lo scorso luglio con un terzo mandato anticostituzionale – e l'opposizione. “Da dicembre ad oggi si contano più di 500 morti a Bujumbura, mentre sono 300 mila i rifugiati in Rwanda e Tanzania”, aggiunge Dossi. Amnesty International ha denunciato l’esistenza di nove fosse comuni, alle porte della capitale, dove è più intenso il conflitto. Mentre Refugees International ha raccolto dalle rifugiate in Tanzania la denuncia di più di seicento abusi e violenze sulle donne.

Per la prima volta “Il Melograno”, che gestisce una serie di progetti in tre zone del nord, invece di inviare il consueto container con l'attrezzatura per le sue strutture in loco, lo scorso dicembre ha dovuto riempirlo con viveri e medicinali. “Serviranno ai novanta bambini da 0 a 7 anni del nostro orfanotrofio a Busiga; ormai sono senza latte”.

Nkurunziza si è circondato di ribelli hutu delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR), protagonisti nel 1994 del genocidio ruandese e dall'ottobre scorso di fatto al comando in Burundi. Il presidente li aveva chiamati nel 2014, quando era legittimamente al potere, per contenere una eventuale opposizione armata al suo terzo mandato. Nel frattempo però è finito ostaggio delle FDLR, un gruppo terroristico pericoloso quanto l'ISIS, che ha cambiato lo scenario della crisi burundese e che ora mira a riconquistare il Rwanda, governato dai tutsi.

Nkurunziza accusa il Belgio di appoggiare l'opposizione, mentre egli è sostenuto dalla Francia che punta a ritornare in Rwanda. Sullo sfondo manovrano gli interessi internazionali per lo sfruttamento dei minerali dell'area dei Grandi Laghi (coltan, petrolio e oro). L'addestramento delle forze terroristiche e la distribuzione di armi sono avvenuti sotto gli occhi indifferenti dell'ONU. “Il conflitto è dovuto a interessi economici, ma si cerca nuovamente di farlo passare come uno scontro etnico tra tutsi e hutu, mentre per salvare la democrazia in Burundi sarebbe necessario avviare un dialogo tra i due gruppi”, conclude Dossi.

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