anno 91 - n° 14
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Mons. Bressan alla Messa del Crisma

L'omelia

Abstract.

Parole chiave: vescovo (572)
L'omelia di Bressan nella Messa del Crisma, il 24 marzo. Foto Zotta

Mons. Bressan ai suoi preti e ai laici raccolti in Duomo: “So di poter contare sulla misericordia di Dio e sulla vostra comprensione”

L'omelia di mons. Bressan nella Messa crismale si è aperta con una riflessione sugli oli e, subito dopo, con un pensiero ai circa 300 sacerdoti presenti. Così è proseguita.

La commossa celebrazione di oggi consolida i legami di comunione ecclesiale. Del resto, durante questi anni, la nostra liturgia non soltanto è diventata sempre più partecipata, ma anche momento ispiratore di un ministero che non può essere individualista, poiché è partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo ed è orientato all’intero popolo di Dio.

Testimonio che ho visto, nell’esperienza di questi diciassette anni, crescere tale senso di condivisione delle responsabilità, in spirito umile, intelligente e operoso, fino a una dedizione che talvolta è veramente eroica, come ho constatato in molte visite pastorali. Mi siete stati di esempio, di aiuto e stimolo a crescere nella risposta all’amore di Dio. Grande è la vostra fedeltà coraggiosa, come la dedizione instancabile e la preghiera spesso nascosta per le famiglie che seguite e che vi confidano le loro fatiche.

 Il clero trentino si è sempre distinto per la sua vicinanza alla gente, un saper essere profeta ma nello stesso tempo immerso nel gregge, davanti ad esso, come dice papa Francesco, ma anche tra le “pecore” e dietro di loro perché maturino la vocazione propria. Anche verso di noi preti il Signore ha manifestato e mantiene la sua misericordia, e tale sentimento dobbiamo nutrirlo reciprocamente, in una condivisione vera dell’esperienza religiosa oltre che pastorale, dando priorità  alle relazioni. Non ricerchiamo, infatti, l’attivismo che suscita plauso, poiché non siamo che servi e amministratori dei beni di Dio, chiamati a operare nell’unica sua Chiesa, senza individualismi.

Il giorno della mia nomina a vescovo ho sentito che era una chiamata ad essere più santo: non in un pietismo che molte agiografie ci presentano, ma  in quel servizio totale al bene altrui, cioè nella carità pastorale che la sequela di Cristo comporta. A mio giudizio non ci sono riuscito, ma so di poter contare sulla misericordia di Dio e sulla vostra comprensione. Molte volte riflettendo sul testo delle preghiere eucaristiche mi sono detto: quanto sei fortunato poiché tante persone pregano per te, mentre dei parroci troppo spesso la gente si dimentica e da loro chiede soltanto di avere.

Oggi insieme vogliamo ringraziare il Signore per la sacra unzione e per la solidarietà che abbiamo incontrato, senza troppo pretendere, ma valutando quanto di bene incontriamo sul cammino della vita.  Nelle comunità troviamo gradi diversi di appartenenza, ma resta fondamentale che ognuno nella sua condizione abbia il senso di un’adesione a Cristo e di un amore che va accresciuto e condiviso con altri. Certamente riconosciamo anche i nostri limiti, i pericoli di deviare o di cadere nell’indifferentismo e in un borghesismo funzionalistico, e abbiamo quindi il bisogno di ritornare alla fonte della nostra scelta, che è l’incontro con Gesù Cristo, in chiesa, in un angolo di preghiera in casa, da soli e in gruppi,  in viaggio, in ritiri ed esercizi spirituali.

Per questo ci è di grande servizio una regola di vita  anche quotidiana, che come un tessuto sostiene la trama delle azioni. Al centro vi è la celebrazione eucaristica, dove siamo i primi ascoltatori della Parola e i primi oranti. Inoltre, la giornata sia sempre marcata da vari momenti di preghiera con la Liturgia delle Ore. Talvolta è difficile, ma la fedeltà ci abitua a riconoscere la graduatoria dei valori nella nostra esistenza. Ricordo la testimonianza di un vescovo che aveva conosciuto vari sacerdoti in ospedale: con gioia aveva notato che i segni del loro breviario erano sul giorno nel quale erano caduti malati, indice che vi erano sempre stati fedeli.

4.In un contesto in rapida evoluzione, e spesso anche con mutamenti sostanziali, si rischia di restare smarriti, se pensiamo di dover svolgere una missione nostra e non quella della Chiesa e se guardiamo allo spazio che ci circonda e non abbiamo fiducia nel tempo con il quale si attua la salvezza. Come i primi discepoli di Galilea siamo invitati a lanciare ancora la rete poiché il Signore ci invita a provare vie nuove, di frontiera, a essere cioè una Chiesa in uscita. Ci piacerebbe non aver noie, ma la via della salvezza è passata, anche per Cristo, attraverso la croce.

Se ci dona la dolcezza dell’olio, non ci nasconde che non possiamo vivere indenni dalla fatica quotidiana in una diffusa crisi di valori, di trasmissione dei saperi e di una memoria collettiva, oltre che economica e politica. Noi abbiamo però una roccia sicura su cui poggiarci e a cui tornare se ci fossimo smarriti: è quella pietra che i costruttori hanno scartato, ma è diventata testata d’angolo,  chiave di volta dell’edificio. Con Lui abbiamo il coraggio di non aver paura e di impostare per noi, per i ragazzi, per i giovani, per i poveri, per le famiglie, per gli adulti e i giovani e per le famiglie tutte un cammino, che sappia avere orizzonti ampi. E’ impegnativo ma anche gratificante.  Sappiamo anche di poter contare sulla comunione dei santi, di quelli già in cielo – tra cui la nostra madre comune, la Vergine Maria - e quelli che pellegrinano su questa terra. L’anno giubilare ce le ricorda in modo speciale. Oggi poi vogliamo far memoria di un vescovo cui molti di noi sono particolarmente legati, poiché ricorre  il 53° dalla sua consacrazione episcopale e il 15° dal suo passaggio verso il giorno dell’eternità, mons. Alessandro M. Gottardi.  Anche questo ricordo ci serva per dire la riconoscenza per il cammino percorso e per richiamarci che la vita va oltre la stessa morte.

L'omelia
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