anno 91 - n° 43 - Le "carte" dell'Autonomia
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Rapporto sulle povertà della Caritas di Trento. La chiave di lettura socio-antropologica di Luigi Gui

“Interventi plurimi danno risposte efficaci”

Si distingue per la pluralità degli interventi il sistema trentino per contrastare la povertà e promuovere l'inclusione sociale. Lo sostiene il prof. Luigi Gui dell'Università di Trieste, ospite alla presentazione del IX Rapporto sulle povertà.

Parole chiave: territorio (19022), Caritas (453), povertà (359), disagio (277), giovani (2191), lavoro (1053)

E' nella pluralità degli interventi che si distingue il sistema trentino per contrastare la povertà e promuovere l'inclusione sociale. A sostenerlo è Luigi Gui, docente di sociologia all'Università di Trieste, ospite alla presentazione del IX Rapporto sulle povertà incontrate nei servizi della Caritas diocesana e della Fondazione Comunità solidale.

“Come un caleidoscopio riesce a girare molti frammenti all’interno di un’immagine – osserva – così sul vostro territorio viene affrontato il fenomeno, attraverso percorsi di personalizzazione che accompagnano le vicende particolari. Dentro i processi di vulnerabilità questo approccio assicura risultati efficaci e di qualità”. Tra gli esempi concreti ci sono le esperienze articolate nelle case di accoglienza. “Sono iniziative plurime: c'è chi viene accompagnato verso l’autonomia a fianco di operatori preparati – precisa -, c’è lo spazio per le persone cresciute sul territorio, ma anche l’opportunità di costruire percorsi di inserimento per chi proviene da un altro Paese oppure una casa che protegge e tutela in modo più consistente”. Questa molteplicità di interventi fa leva su un modello di welfare locale inclusivo. “Un territorio dove l'azione sinergica tra pubblico, privato e sociale, in questo caso della Chiesa – sottolinea – è molto attiva e non necessariamente a traino dell’ente pubblico, che pure è partner efficace”.

Secondo i dati diffusi dal Rapporto Caritas nazionale sempre più italiani chiedono aiuto ai Centri di ascolto – le persone povere sono passate da 1,8 milioni nel 2007 a 4,6 milioni nel 2015 – e preoccupa l'età: il 46,6 per cento ha meno di 34 anni. La causa di questa tendenza va ricercata nella persistente crisi del lavoro, che penalizza soprattutto i più giovani. “I vissuti che incontriamo nel Rapporto – spiega il sociologo – sono storie di persone che non solo vivono una parziale depredazione sul piano oggettivo, ma anche la difficoltà di collocare nella loro vita quella depredazione. In altre parole, rispetto ad altre epoche in cui le popolazione sono vissute con una quantità di beni ridotta, oggi quello che sconcerta è dare un senso alla penuria”. Questo smarrimento rispetto ad un itinerario possibile porta a situazioni di disagio. “Fa rimanere in una posizione di attesa, che diventa di passività e poi di sconfitta – prosegue Gui -, la persona un po’ alla volta si trova a rinchiudersi dentro un percorso di sofferenza piuttosto che trovare una pista”. Secondo l'analisi di Gui, le promesse di benessere sociale, di crescita e ricchezza illimitata annunciate dentro il processo di sviluppo industriale sono state disilluse: “Il futuro non è assimilabile alla traiettoria consumata finora. In qualche modo il patto tra generazioni è di condivisione dell’oggi, che significa assumere la consapevolezza di contrarre i livelli di consumo delle risorse: consumo di denaro, di ambiente, di aspettative di futuro”. Insomma, il cambiamento culturale è il presupposto basilare per guardare al futuro.“La risposta che si incontra nel Rapporto Caritas - aggiunge - è di ricostruire prossimità: significa che mettendo insieme le proprie vicende è più facile ritrovare una via”. Al tempo stesso occorre favorire intrecci di relazioni che accompagnino nell’uso delle risorse le persone vulnerabili. “Più esposte a cadere nella trappola di proposte economiche di indebitamento per l'acquisto di beni materiali, vanno accompagnate, serve una sorta di educazione consapevole e coerente alla spesa”.

Fondamentale in questa direzione è investire una parte della spesa pubblica sulla qualità dei servizi - “non basta la social card che rischia di essere passivizzante ”- e sulla formazione degli operatori, presupposto per aiutare le persone in difficoltà.

“In Trentino la capacità di molte persone di mettersi in gioco con competenze specifiche e con l'ausilio di volontari – conclude il professor Gui – è una risorsa rara e ben coltivata. Un valore culturale e organizzativo, non economico, che va alimentato”.

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