anno 91 - n° 47 - La porta santa
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RADIOGRAFIE - A colloquio con Gino Lunelli, presidente emerito dello spumante Ferrari

"Questione di metodo"

Gino Lunelli, classe 1939, presidente emerito del gruppo Ferarri che ha sede a Ravina, è un cittadino doc di Trento: “Nato in Piazza Italia e dimorante in piazza Duomo!”, rimarca. “E – aggiunge – grande amante del Bondone, anche se non si è mai creduto nelle possibilità di rilancio”, si rammarica.

Parole chiave: personaggi (989)

«La ragione prima del successo? La qualità, l'eccellenza. Che non deve essere un caso».

«La solidità dell'azienda deriva dai patti di famiglia, un regolamento interno sottoscritto da tutti».

«Senza fede e senza ideali non so come farei a vivere»

Giorgio Lunelli ospite del programma "Radiografie", in onda su radio Trentino inBlu.

Giorgio Lunelli ospite del programma "Radiografie", in onda su radio Trentino inBlu.

Quella che non esita a definire “disgrazia” potrebbe essere stata una benedizione indiretta. “Non avendo avuto figli, sono stato super-partes. Ce l'ho messa tutto e credo di esserci riuscito”. I cinque milioni di bottiglie di spumante Ferrari metodo classico oggi sul mercato si devono molto a lui, Gino Lunelli, il presidente onorario. “Preferisco, emerito, un po' come in vescovi”, se la ride divertito ai microfoni di Trentino inBlu. E' stato lui il collante della famiglia, la garanzia della continuità tra generazioni, con la terza ormai alle redini.

Che cosa c'è nel vostro DNA, Lunelli?

Siamo emanazione di due grandi sognatori. Il primo fu Giulio Ferrari che pensò, anticipando i tempi di decenni, che il Trentino potesse essere la nuova “Champagne d'Italia”, perché adatta alla coltivazione dell'uva Chardonnay. L'ha importata e ha cominciato a fare le prime seicento bottiglie. Il secondo visionario fu mio padre che nel 1952, dopo la guerra, con cinque figli, si indebitò come un pazzo per acquistare questa piccola ditta, concentrata in un sottoscala. Il tacito consenso era che doveva rimanere in via Belenzani. Nel 1965, alla morte di Ferrari, ci siamo spostati.

La ragione prima del successo?

La qualità. L'eccellenza. Che non deve essere mai un caso, un'abitudine. Noi curiamo tutta la filiera, siamo super-specializzati. Non faccio vini con Ferrari, ma solo spumante. E solo di qualità.

Basta quella?

No. Avere un grande prodotto e non saperlo commercializzare è una colpa grave. Questo lo dico perché il mio compito in famiglia è sempre stato questo. Con niente non si ha niente. Devo ancora scoprire il modo per lanciare un prodotto senza far fatica. Non si guarda l'orologio, giorno o notte, le promozioni si fanno di sabato e domenica

Quanta pesa la fatica di tenere unita la famiglia, vista la mortalità generazionale solitamente elevata nelle aziende?

Noi cinque fratelli siamo sempre andati d'accordo, litigando, ma in modo sano, accordandoci sempre. Si può anche alzare la voce ma un quarto d'ora dopo è tutto meglio di prima.

Nel 2011 lei ha ceduto la Presidenza a uno dei suoi nipoti, coinvolgendo anche gli altri nipoti ai vertici. Tutto liscio?

Mi è andata bene, ma ho preso le mie precauzioni. Ho fatto i patti di famiglia, un regolamento interno sottoscritto da tutti i famigliari, mogli, mariti e figli compresi, che codifica gli incarichi anche per gli anni a venire.

Quindi ogni discendente ha già il destino segnato?

Gli viene offerta una possibilità. Libero di accettare o prendere altre strade, ma è tutto chiarito in anticipo. E soprattutto mai litigare.

Farsi da parte è un passaggio non scontato. Per lei?

Dopo 58 anni di lavoro non è facile. Diciamo pure traumatico. Per taluni la pensione non è un premio, ma una presa d'atto. Un atto di onestà. Bisogna capire quando il tempo è cambiato, non si ha più la prontezza di riflessi. Che ne so io dei trenta quarantenni di oggi, che restano motore del nostro mercato? Non ne conosco gusti e abitudini.

La crisi per voi che cosa ha rappresentato?

Non è crisi, ma recessione paurosa, ben più grave. Noi l'abbiamo sentita poco perché facciamo un prodotto elitario e chi lo beveva prima continua a farlo.

Dunque lavorare da ricco per i ricchi?

Non mi piace la definizione. Sono tranquillo, non sono uno sfruttatore. Puntiamo a redistribuire ricchezza sul territorio: il nostro Gruppo ha 210 persone dipendenti, cinquecento agricoltori che conferiscono da noi e 200 agenti di commercio che fanno capo a Ferrari.

Gino Lunelli, classe 1939, presidente emerito del gruppo Ferarri che ha sede a Ravina, è un cittadino doc di Trento: “Nato in Piazza Italia e dimorante in piazza Duomo!”, rimarca. “E – aggiunge – grande amante del Bondone, anche se non si è mai creduto nelle possibilità di rilancio”, si rammarica.

Lei ha ceduto da poco la presidenza dell'Unione degli imprenditori cattolici che aveva fondato. Con quali obiettivi?

L'imprenditore è visto spesso come sanguisuga. La dottrina sociale della Chiesa stima agli imprenditori, a cominciare dai Vangeli. Nessuna condanna.

Ma il ricco faticherà ad entrare nel Regno. Che dice di questo Papa e di una Chiesa povera e per i poveri?

Sono entusiasta di Francesco. Il quale a noi imprenditori in udienza ha detto: se non ci foste voi cosa faremmo? Senza fede e senza ideali non so come farei a vivere. Non ho mai puntato a fare i soldi per i soldi, ma per creare benessere per la collettività. Certo, ho una posizione di agiatezza e devo restituire a chi mi ha dato la possibilità di raggiungerla. La ricchezza va condivisa. Ecco perché i miei ultimi anni li dedicherò a una Fondazione che porterà il mio nome e si occuperà di solidarietà, soprattutto con il sud del mondo: Mozambico e a breve Myanmar, con interventi per una scuola di 350 bambini.

Il 4 dicembre andrà a votare?

Voto sì e lo dico convintamente perché se vince il no avremo un blocco politico fino alle prossime elezioni. Possiamo permettercelo in un momento così tragico?

Il politico più stimato a livello locale?

Il vecchio cacciatore Bruno Kessler, amico di mio padre. Dopo le cene della Confraternita della vite e del vino si andava in cantina a giocare alla morra.

Che cosa chiede alla politica il “vecchio” imprenditore Lunelli?

Aiutare gli imprenditori sarebbe la strada per aiutare a uscire dalla recessione, ma c'è un gap di anni. Non vedo un disegno almeno a medio raggio, in cui si cerca di aiutare l'attività economica, magari rendendosi invisi ai votanti. Gli imprenditori italiani sono i più bastonati d'Europa: il prelievo fiscale totale è sul 60%. Ma i piccoli e medi imprenditori hanno utili aziendali ulteriormente tassati .

E l'evasione?

Se sai dove c'è evasione vai a scovarla.

Priorità per il Governo trentino?

Sono orgoglioso del mio Trentino visto che nel 1948 avevamo il rating della Lucania. Ma oggi è comunque finita la cuccagna. Priorità? Serve compattare. Siamo alla quarta rivoluzione industriale e serve coesione tra imprese, dobbiamo metterci in gioco sul globale, non basta il lavoro davanti a casa. E lo dice un Trento doc.

Voi sui mercati esteri?

Siamo scarsi, vendiamo il 18-20% del totale. Dobbiamo lottare contro il Moloch Champagne. Ma il mercato ormai è il mondo.

Buon viaggio, Gino Lunelli!

Prosit!

Prossimo ospite di Radiografia, in onda venerdì 25 novembre alle 11.05 su radio Trentino inBlu, sarà: Mastro7

"Questione di metodo"
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