The “cult” Pope

La tv è morta la tv è viva. Che il napoletano Paolo Sorrentino all'apice di una brillante carriera cinematografica incoronata dall'Oscar (Il Divo, La grande bellezza, Youth – Giovinezza, per citare solo gli ultimi) facesse fiction seriale per il piccolo schermo, era forse scontato, ma forse no. In un’intervista a Paolo D’Agostini aveva pur detto «Non mi interessano le linee rette ma le sfaccettature, gli alti e bassi. Quello che la tv non può fare». Ora invece la serie The Young Pope, partita il 21 ottobre scorso su Sky Cinema e conclusasi il 18 novembre, è già considerata “di culto”. Per questo, a un mese di distanza, proviamo un’analisi del lavoro che è sicuramente un “prodotto pensato e costruito per un mercato internazionale” (è stato girato in lingua inglese, e chiederebbe di essere visto così, con i sottotitoli italiani), ma è anche altro.

In principio, la narrazione

Parlare di The Young Pope senza svelarne la ricca trama, tuttavia, è pressoché impossibile.

La storia si apre dopo l’elezione al soglio di Pietro del giovane (47 anni) cardinale statunitense Lenny Belardo (Jude Law); un’elezione inaspettata perché tutti pensavano che sarebbe stato eletto il suo mentore, il cardinal Spencer (James Cromwell). Non viene chiarito se l’elezione sia frutto delle trame del cardinal Voiello (Silvio Orlando), che aveva un accordo con Spencer ma desiderava un papa manipolabile, o se invece – come sembra – l’elezione sia avvenuta fuori dagli schemi dell’accordo politico: forse per l’intervento diretto dello Spirito Santo?

In ogni caso Lenny Belardo assume il nome di Pio XIII e si dimostra da subito per nulla malleabile e orientato verso la tradizione più profonda: ripristina l’abbigliamento preconciliare, la sedia gestatoria e perfino il triregno. L’aspetto sicuramente più sconcertante è, però, la sua scelta di non apparire in pubblico: elimina ogni forma di marketing e merchandising («Io non sono nessuno, solo Cristo esiste»); il discorso inaugurale lo fa affacciandosi ad un balcone in penombra, accusando con veemenza i fedeli di aver dimenticato Dio e dicendo loro che lui non può né vuole aiutarli. Abolisce i viaggi papali e si mostra di spalle alla recita dell’Angelus domenicale ad una piazza desolatamente vuota. Ai rapporti amichevoli con i collaboratori preferisce quelli formali perché dove ci sono questi «ci sono riti e dove ci sono riti regna l’ordine terreno». Anche la pastorale si fa più rigida: esclusione totale degli omosessuali, specialmente dalla carriera ecclesiastica e divieto di perdono alle donne che abortiscono e ai medici che le aiutano. Abusando della sua autorità obbliga poi il padre confessore a svelargli il contenuto delle confessioni degli altri cardinali, per poterli manipolare meglio.

Il demonio in Vaticano? Non proprio, perché si intuisce da subito che Pio XIII ha anche qualità da santo, e forse la sua elezione non è stata casuale. È innanzitutto un contemplativo e spesso le scene sono riempite dal silenzio assordante di lui che prega a lungo con gli occhi chiusi. Sembra avere la capacità di parlare direttamente con Dio: quando la sua preghiera inizia con «Dio, io e te dobbiamo parlare…» ottiene sempre ciò che chiede, come nel caso di Esther, moglie sterile di una guardia svizzera sterile, che rimane incinta. Quando poi il card. Voiello usa Esther, ricattandola, per sedurre il giovane papa, non è neanche sfiorato dalla tentazione tanto è salda la sua vocazione, e la sua risposta ad Esther provoca addirittura un inizio di conversione in Voiello. Sembra conoscere (e non attraverso il padre confessore) le debolezze e le fragilità di chi parla con lui e le usa per aiutare le persone ad emanciparsi. Infine pare abbia la capacità di compiere miracoli anche se rifiuta, fin quasi alla fine, di parlarne con chi lo interpella sull’argomento.

La contraddizione come principio

È lui stesso a definirsi: «Sono una contraddizione: come Dio, uno e trino, come la Madonna vergine e madre, come l’uomo buono e cattivo». In qualche occasione, sembra perfino profilarsi l’ipotesi che non creda in Dio anche se il card. Spencer lo rincuora affermando che sta solo affrontando la “seconda crisi di fede” che ogni sacerdote deve affrontare a metà della propria vita: una crisi di fede che, in mancanza dell’ardore giovanile, lo porterà ad un’accettazione più consapevole di Dio.

Ma è la storia personale di Lenny Belardo, svelata poco per volta, il fulcro attorno a cui si muove tutto: abbandonato da bambino dai genitori, due hippies che non ha più rivisto e che – la madre in particolare – non hanno mostrato segni di sofferenza nel momento dell’abbandono, cresciuto nell’orfanotrofio di suor Mary, sua madre putativa che lui porta in Vaticano come segretaria, non ha mai accettato l'abbandono vivendo la sua vita nella costante ed enorme sofferenza di questa mancanza d’amore. È facile intuire che questa situazione ha generato il rifiuto di Lenny di amare i suoi figli (i fedeli), perché lo agognassero (come simbolo di Dio), così come lui agogna di incontrare nuovamente e di farsi amare dai suoi genitori. Il card. Spencer lo supplica addirittura di andare a Venezia (dove Lenny sa che i genitori si sono ritirati) per seppellire due bare vuote e “andare avanti”.

Nel corso degli episodi, tuttavia, la rigidità personale e pastorale di Pio XIII si attenua progressivamente: memorabile è il discorso sulla pace e sulla guerra che pronuncia (senza apparire) nello stadio africano e che segna l’inizio del cambiamento; l’empatia scatenata nella popolazione dalla scoperta di alcune sue lettere giovanili; l'incontro con una bambina santa in Sudamerica, e, nell’ultima puntata, il discorso sull’amore (esatto opposto del discorso iniziale) che pronuncia a Venezia, dove infine si mostra, e che lo riavvicina infine al suo gregge.

Si tratta, dunque, di un prodotto complesso, apparentemente semplice o scontato, nel quale si intrecciano differenti piani di narrazione, molti livelli di lettura, molti riferimenti iconografici e sguardi “alla Sorrentino” arricchiti da una fotografia superba. Non è un film sul cattolicesimo, né è irrispettoso nei suoi confronti. La critica alla Chiesa e al suo sistema di governo è strumentale: si tratta piuttosto di un film sul percorso di emancipazione di un uomo che è chiamato ad essere santo. Un discorso che fa della contraddizione una struttura portante e un chiave di lettura.

D'altronde, in un'altra intervista, Sorrentino aveva detto: «Hai presente quando, ne La dolce vita, Mastroianni e la Ekberg si inerpicano sulla scala elicoidale che conduce alle campane della chiesa

di S. Pietro

? Ecco, per me quello è il luogo più misterioso dell’universo.

– – –

oltre la tv

The Young Pope è una serie televisiva scritta e diretta dal premio Oscar Paolo Sorrentino (La grande bellezza) con produzione internazionale (Sky, HBO e Canal+). Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia 2016 – dove ha riscosso notevole successo – è stato poi proposto da Sky nel corso dell’autunno.

Si è ormai abituati ad una estrema cura “cinematografica” nella confezione dei telefilm (Lost, Mad Men, The Knick, Master of Sex, Black Mirror, per citarne alcuni) ma The Young Pope va oltre a quanto è stato fino ad ora realizzato e appare a tutti gli effetti come un film composto da 10 episodi: i costumi, la fotografia, la recitazione e la trama, unita alla pignoleria di Sorrentino ne hanno fatto un’opera davvero unica. 12 ore di girato in 24 settimane, un cast stellare (Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando), un numero impressionante di comparse ed un budget di 40 milioni di euro sono i numeri che lo testimoniano.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina