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REPORTAGE

Rieccola, la foresta pietrificata

Come previsto, dallo svuotamento del lago di Molveno sono riemersi alcuni tronchi di alberi di 500 anni fa.

Percorsi: lago di Molveno
Parole chiave: ambiente (1365)

Come previsto, dallo svuotamento del lago di Molveno sono riemersi alcuni tronchi di alberi di 500 anni fa

Una suggestiva immagine degli alberi affiorati dalle acque. A destra, la foto storica di un precedente svuotamento. - 2017 - Foto Gianni Zotta

Una suggestiva immagine degli alberi affiorati dalle acque. A destra, la foto storica di un precedente svuotamento. - 2017 - Foto Gianni Zotta

Molveno, gennaio 2017 – Sono affiorati nei giorni scorsi alcuni reperti di quella foresta pietrificata che venne alla luce nel 1952 sui fondali del lago di Molveno.

Si contarono, allora, più di duecento tronchi d’albero di varie essenze: faggio, tasso, pino silvestre, abete rosso e larice. Erano stati sommersi dall’acqua tremila anni prima quando una frana scivolò a valle dalla crona delle Saltère, alle pendici del monte Vion (Gruppo di Brenta). Lo sbarramento naturale formò così un lago che fu considerato per secoli “tra i più belli delle Alpi”. Acqua limpida come un cristallo, azzurra come il cielo sopra Molveno. Prima che fosse sacrificata sull’altare dell’energia bianca, a fine dicembre 1950 fu calcolata una trasparenza media di 12 metri. Che si ridusse, due anni dopo e in seguito alla riconversione in bacino di riserva per lo sfruttamento idroelettrico, ad appena 1 metro e mezzo. Una trasparenza opaca, “simile a quella delle acque dei canali secondari della Laguna di Venezia prima dell’abnorme inquinamento contemporaneo” (A. Gorfer, 1975).

Fu proprio lo svasamento del lago, nel 1952, per la costruzione delle briglie e delle opere di presa della sottostante centrale idroelettrica di Santa Massenza, a far riemergere la foresta sommersa da tremila anni. L’analisi al “carbonio 14” dei 142 campioni di legno, prelevati sul fondo del lago, e gli anelli di accrescimento dei tronchi, portarono a calcolare un’età presunta degli alberi, soprattutto dei larici, di circa 500 anni.

Soltanto alcuni reperti di quella foresta sono tornati alla luce nei giorni scorsi, sufficienti peraltro a ingolosire il nostro Gianni Zotta. I tronchi d’albero sepolti da millenni tornano alla luce ogni volta che il bacino di Molveno è svuotato per lavori di manutenzione delle condotte forzate: circa dieci-quindici anni. Se il paesaggio lunare è divenuto attrattiva per i villeggianti, nei mesi scorsi sono riaffiorati i timori per il prosciugamento del lago.

Non erano e non sono una novità. Ci furono proteste già nel 1925, quando fu elaborato un primo progetto per “ridurre il lago di Molveno a bacino-serbatoio stagionale”. Come ha documentato Silvio Girardi nel volume “Molveno, Andalo, Fai della Paganella” (Manfrini, 1973) il comune di Molveno e la Associazione Pro Loco nel 1938 si erano opposte “alla progettata distruzione del lago”. Scriveva il 21 giugno 1938 (anno XVI dell’Era Fascista) la “Pro Loco”: “Con lo svaso enorme del lago viene rovinato completamente il paesaggio, riduce ad un orrido lo spazio lasciato libro dalle acque, lascia allo scoperto materie putrescenti e putrescibili, con pregiudizio per l’igiene. […] Con l’immissione del Sarca e suoi affluenti verrà intorbidita l’acqua ed il lago perderà il suo caratteristico colore”.

Ottant’anni fa la “pro Loco” e gli albergatori di Molveno tentarono, inutilmente, di contrastare il progettato sfruttamento del lago. La ricostruzione del dopoguerra aveva fame di energia. Così, il 3 agosto 1948, un decreto del Governo, controfirmato dal Presidente della Repubblica  accordò “una concessione alla SISM [Società Idroelettrica Sarca-Molveno] per la grande derivazione e per ridurre il lago a bacino di riserva”.

Tra il 1952 e il 1953 “le pompe idrovore della ditta specializzata Garattini provvidero, nel volgere di pochi mesi, a dar esecuzione alla decretata fine del Lago di Molveno. (…)

Anche coloro che vennero attratti in un primo tempo dalle promesse di un lungo lavoro vicino alle pareti domestiche dovettero penosamente ricredersi e meditare sull’irreparabile danno causato al proprio paese” (Silvio Girardi, p. 181).

Ha scritto Gino Tomasi (1977) allora direttore del Museo di scienze Naturali di Trento: “Le sponde sono rese discontinue e piuttosto sgradevoli dalla variabilità di livello; l’inconfondibile colore azzurro è sparito per lasciare il posto alla lattiginosa opacità delle acque glaciali immessevi dal Gruppo dell’Adamello, la fisionomia generale risulta alterata nel suo aspetto d’insieme e spezzata quell’armonia unitaria che la legava alla maestosità del paesaggio alpino”.

Lo specchio d’acqua di Molveno sarà riportato a regime nei prossimi mesi, dopo i lavori di pulizia delle condotte e delle opere di presa della centrale di Santa Massenza. In tempo per la stagione del turismo estivo che vive e prospera certo con le escursioni nel gruppo di Brenta e sulla Paganella, ma soprattutto su quel lago che ha una superficie di più di tre milioni di metri quadrati, è lungo 4 chilometri e 400 metri; largo un chilometro e mezzo ed ha una profondità massima di 124 metri, con una media di 49 metri.

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