anno 92 - n° 21 - Reti di fiducia
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Domenica 28 maggio la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sul tema “'Non temere, perché io sono con te' (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”

Gli occhiali “giusti”

Domenica 28 maggio si celebra la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che ha per tema “'Non temere, perché io sono con te' (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”. Abbiamo chiesto ad alcuni qualificati interpreti del mondo dell'informazione trentina di calare l'esortazione di Papa Francesco nel contesto locale, rispondendo a cinque domande.

Abbiamo chiesto a sette interpreti del mondo dell'informazione trentina di calare l'esortazione di Papa Francesco nel contesto locale, rispondendo a cinque domande

Comunicazioni sociali, informazione, social network. Foto Sir

Comunicazioni sociali, informazione, social network. Foto Sir

Domenica 28 maggio si celebra la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che ha per tema “'Non temere, perché io sono con te' (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Nel suo messaggio per la Giornata, Papa Francesco si rivolge a tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, “ogni giorno 'macinano' tante informazioni”, invitandoli a “comunicare speranza e fiducia” e a “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione” sulle cattive notizie: guerre, terrorismo, scandali e fallimenti nelle vicende umane.

Abbiamo chiesto ad alcuni qualificati interpreti del mondo dell'informazione trentina di calare l'esortazione di Papa Francesco nel contesto locale, rispondendo a cinque domande.

1) Nel messaggio per la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco invita a “comunicare speranza e fiducia”: partendo dalla sua esperienza quotidiana, cosa suggerisce per “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura”, che, dice Francesco, è “frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione” sulle cattive notizie?

Luca Pianesi (ilDolomiti.it): Sbagliato sarebbe “combattere” le “cattive notizie” con le “buone notizie”. Compito del giornalista è raccontare la realtà dei fatti nel modo più obiettivo possibile (con tutti i limiti dovuti al proprio carattere e al proprio orientamento). Se si è corretti e ci si affida a fonti attendibili si può sbagliare ma non si scivolerà nella “cattiva notizia”, quella data strumentalmente per colpire qualcuno, per vendere quattro copie in più o per guadagnare un pugno di click. L'importante è non inseguire il “pregiudizio”, non scrivere un articolo per “assecondare” un certo tipo di pubblico. Le “cattive notizie” nel senso di “bufale” o di notizie date per fomentare odio e paura sono quelle che si “nutrono” del pregiudizio.

Giampaolo Pedrotti (Direttore Ufficio Stampa della Provincia autonoma di Trento): Personalmente condivido moltissimo il messaggio di papa Francesco che riesce a puntare dritto al nocciolo delle questioni, utilizzando una sua incredibile naturale capacità comunicativa, per aiutarci tutti a riflettere, a fermarci un attimo per rompere quelle che lui stesso ha correttamente chiamato “abitudini”. Ha usato anche un’altra parola molto azzeccata: “paura”. Credo che sia proprio questo istintivo sentimento a produrre distorsioni e ad esercitare continue frenate, anche nel difficile percorso di raccontare i fatti della vita. Mi spiego meglio: ci può essere la paura ad affrontare le cose, ma anche la paura di restare indietro, con il rischio che la foga di presentare una notizia faccia venire meno le doverose verifiche. Quante volte ci è capitato di guardarci indietro e riconoscere che l’enfasi data a certi fatti era sproporzionata?

Linda Stroppa (TGR Rai Trento): Il Papa chiede un cambio di logica: giudicare a partire dalla speranza e non dalla fretta o dalla rincorsa al titolo di prima pagina. Uno sguardo di fiducia che non sia un buon proposito, ma che si rintraccia nella realtà, in ogni pezzo di cronaca da raccontare. Così quando scriviamo storie e incontriamo testimoni, possiamo scegliere (e la nostra redazione può aiutarci): dove fissare lo sguardo?

Luca Zanin (Ufficio stampa del Consiglio provinciale di Trento): Distinguerei due ambiti. C'è l'informazione che deve stare sul mercato, che a tutti gli effetti vende un prodotto e deve stare economicamente in equilibrio, producendo se possibile utili. E c'è un'informazione di servizio pubblico, che sta fuori da questa logica rigidamente imprenditoriale. Non ha molto senso pretendere dai giornali che vanno in edicola, dalle tv che devono fare fatturato pubblicitario, il "coraggio" di depotenziare le notizie cattive (che purtroppo vendono). La cosa da fare? Esercitare il proprio potere di lettori paganti, cercando di premiare la buona informazione. Tutt'altro discorso per l'informazione del settore pubblico, in cui io stesso lavoro: in questo caso il giornalista ha un più spiccato dovere di smorzare il rumore di fondo dell'informazione, puntando su riflessione, approfondimento e notizie costruttive.

Paolo Ghezzi (editorialista ed editore): Approfondire le questioni sotto il profilo culturale e sociale. Tenere occhi aperti e orecchie attente, senza pregiudizi: per scoprire le tracce della gratuità, della generosità, dell'apertura, del disinteresse, nelle pieghe del presente che sembra ingabbiato e obbligato dalle leggi del tornaconto.

Simone Casalini (Corriere del Trentino): Raccontare i fenomeni contemporanei nella loro complessità può essere utile a veicolare significati più profondi e a demitizzare i luoghi comuni. L’immigrazione è un esempio tipico di tema agitato per suscitare risposte di chiusura e timore. La coscienza occidentale ha rimosso il colonialismo e le forme di dipendenza economica a cui molti Paesi di provenienza dei richiedenti asilo sono state assoggettate. Dopodiché le “cattive notizie” sono anche l’esito della crisi economica che ha mutato alla radice i paesaggi sociali e culturali, che ha generato sofferenza.

Ubaldo Cordellini (Il Trentino): Purtroppo le cattive notizie sono il pane quotidiano dell'informazione. Ma non sempre. E comunque non sempre le cattive notizie sono per forza di cose portatrici di messaggi negativi. Anzi, in molte occasioni è importante il modo con il quale vengono trattate. Le stesse cattive notizie possono dare un contributo positivo ad evitare che certi comportamenti possano andare avanti, ad esempio quando riguardano indagini su malaffare e corruzione. Anche le notizie su tragedie come la morte di molti migranti in mare possono aiutare a sensibilizzare la pubblica opinione.

2) Ci porta un caso concreto, che riguarda la sua realtà professionale, in cui la comunicazione si è rivelata costruttiva e ha favorito la cultura dell’incontro?

Luca Pianesi: Come ilDolomiti.it abbiamo pubblicato un articolo sulla vicenda di una famiglia sfortunata composta da una giovane mamma e da tre figli piccoli, rimasta senza il babbo, morto poco prima di Natale. Abbiamo raccontato la loro storia e della raccolta fondi lanciata dall'Ac Solandra, dove giocava uno dei bambini. In meno di una settimana alla famiglia sono arrivate donazioni da tutta Italia e sono stati raccolti 6.000 euro. La comunità si è attivata e mi voglio illudere che un piccolo merito sia stato anche nostro.

Giampaolo Pedrotti: Per il lavoro che faccio mi è difficile portare un solo caso, perché tutte le nostre notizie cercano di essere “good news”, parlano di opportunità da saper cogliere, di decisioni assunte per cercare di far crescere la nostra comunità e non lasciare indietro nessuno. Comunque, un’esperienza recente che mi ha colpito riguarda la costruzione della scuola di Amatrice, per il grandissimo entusiasmo e il forte segnale di speranza che ha dato in tutta Italia: un bell’esempio che siamo stati onorati di poter raccontare.

Linda Stroppa: Siamo divulgatori di storie e abbiamo la possibilità di mettere in contatto mondi lontani, non solo fisicamente. Un caso concreto: pochi anni fa. La testimonianza di un frate francescano che, nel suo oratorio di Aleppo, accoglie centinaia di bambini cristiani e musulmani. Un luogo di bellezza, sotto le bombe, che ha colpito i lettori di un giornale in cui lavoravo. È partita una raccolta fondi e uno scambio di lettere con ragazzi italiani che ora sentono più vicino quel che accade in Siria.

Luca Zanin: Conservo ancora la confortante sensazione che il lavoro informativo fatto dalla postazione del Consiglio provinciale possa dare un piccolo, ma sensibile contributo per tenere vivo il senso di appartenenza dei trentini alla loro comunità autonoma. Raccontare ad esempio tutta la partita in corso della riforma statutaria significa rispolverare i valori fondanti dell'autonomia speciale trentina. E ricordare a tutti che per avere ancora lunga vita, questa autonomia dovrà sempre essere inclusiva, riconoscibile e utile per tutti, sensibile a chi resta indietro nella società.

Paolo Ghezzi: L'arrivo dei profughi, quando è stato raccontato con tono rispettoso, senza speculazioni emotive, con l'attenzione rivolta alle storie individuali, e dunque con capacità di empatia. Lo stesso vale per certi racconti di vita che hanno a che fare con il disagio mentale.

Simone Casalini: Abbiamo dedicato trenta puntate ad un’inchiesta sociale sulla città di Trento. Accanto all’idea di ridisegnare una nuova mappa sociale del capoluogo, l’obiettivo era quello di far emergere le tante mediazioni che coesistono nella società trentina e che hanno generato una cultura meticcia. Gli immigrati di seconda generazione, che hanno un’identità multipla (trentina, italiana, araba, eccetera), sono un esempio tra i tanti di nuova cittadinanza completamente omessa nel mainstream della narrazione.

Ubaldo Cordellini: Ho visto che la diffusione di informazioni su alcune realtà come le condizioni di vita dei migranti ha portato in alcuni lettori la voglia di incontrare queste persone, di lavorare con loro, di conoscerle a fondo. Una di queste notizie è stata quella riguardante i "Corridoi umanitari" e il progetto che ha portato a Trento alcune famiglie di siriani provenienti dai campi profughi del Libano. La notizia ha suscitato avversione, ma ha anche suscitato interesse e voglia di conoscere queste famiglie.

3) E, per converso, un caso in cui invece sono stati incoraggiati i pregiudizi verso l’altro?

Luca Pianesi: Un caso che fa scuola si è verificato qui in Trentino quando un sito online locale ha pubblicato la notizia dal titolo “Ritrovato nel bidone delle immondizie un bambino morto”. Nell'articolo si faceva riferimento a Trento Nord specificando che “la zona del ritrovamento è popolata ad alta densità da persone straniere, molte delle quali dedite alla prostituzione”. Diventava questa la prova che doveva dimostrare la veridicità del fatto. Un pregiudizio volto a rinsaldare le convinzioni di chi leggeva. Alla fine s'è scoperto che era tutto inventato. Un esempio di “cattiva notizia”.

Giampaolo Pedrotti: Più che casi vorrei citare aree molto sensibili dove l’emotività purtroppo fagocita la razionalità: penso al tema dell’immigrazione, dell’accoglienza dei profughi. A volte però i pregiudizi si scatenano su fronti completamente diversi, mi viene in mente ad esempio il caso Daniza e il grande clamore che ha generato. In molti casi il tempo può aiutare a riflettere, ma spesso è proprio il tempo a mancare nella “fabbrica delle notizie”.

Linda Stroppa: Alcuni esempi vengono dal grande tema dell’immigrazione. E' la mancanza di conoscenza a volte a generare una disinformazione. Lo schema si scardina, però, quando si incontrano le persone. Mi vengono in mente le donne profughe conosciute di recente al Villaggio Sos di Trento. Hanno affrontato un viaggio in mare con i loro bambini di pochi mesi. Certamente i piani di accoglienza vanno discussi e approvati, ma lo sguardo cambia incontrandosi.

Luca Zanin: A mio modo di vedere l'informazione locale trentina è generalmente rispettosa dei principi deontologici della categoria, tra i quali certo spicca il rispetto per le idee e per le condizioni altrui. Diversamente si potrebbe dire di molte tempeste scatenate nei bicchieri d'acqua della polemica (politica e non), ma questa è un'altra faccenda. E riflette del resto il ventaglio di opinioni realmente presente nel nostro tessuto sociale.

Paolo Ghezzi: Il caso Tariq Ramadan: libro di dialogo tra "un agnostico e un musulmano", imbavagliato a Bolzano per un ricatto politico. Quando i pregiudizi sono troppo radicati e urlati, la politica debole sceglie di cedere alle prepotenze forti. E l'informazione, distratta e impotente, registra i fatti ma non aiuta la crescita di consapevolezza e capacità di ascolto.

Simone Casalini: Normalmente omettiamo dai titoli la nazionalità di chi commette un reato per non indurre il lettore a etnicizzare la criminalità. In generale, questa cautela è poco diffusa e può alimentare forme striscianti di razzismo.

Ubaldo Cordellini: Rispondere a questa domanda è molto facile. Purtroppo. Basta scrivere di uno sbarco di migranti, dell'arrivo a Trento di nuovi richiedenti asilo che subito si scatena l'odio mediatico. Sui social network il fenomeno è ancora più visibile. Lo si è visto in occasione dell'ultimo arrivo a Trento di una trentina di profughi, soprattutto donne con bambini piccoli. Per molti quei bimbi non sono piccoli da proteggere, ma aggressori da respingere.

4) Il messaggio è rivolto in particolare a quanti “ogni giorno 'macinano' informazioni per offrire un pane fragrante e buono”: quali sono i tre ingredienti che non possono mancare?

Luca Pianesi: La prima regola è l'onestà, la seconda è l'approfondimento la terza è l'etica. Avere il rispetto, prima di tutto, di chi si scrive e poi per chi si scrive.

Giampaolo Pedrotti: Verificare, verificare, verificare.

Linda Stroppa: Direi: attenzione, ascolto e buona fede, e con questo intendo una predisposizione a valorizzare il buono che c'è.

Luca Zanin: Competenza, perché non basta riempire un foglio o parlare a un microfono per fare buon giornalismo. Buona fede, perché il giornalista deve approcciare la notizia senza secondi fini e con spirito di servizio. Empatia, perché occorre capire davvero gli uomini, sentirne le sofferenze, se si vuole raccontarne i destini.

Paolo Ghezzi: Verità ricercata; pubblico interesse; scrittura di qualità.

Simone Casalini: Cultura, ricerca e sensibilità.

Ubaldo Cordellini: Umanità, memoria e buon senso.

5) Compito del giornalismo, ha detto Papa Francesco nell'Udienza concessa al Consiglio nazionale dell'OdG il 22 settembre 2016, è “far crescere la dimensione sociale dell'uomo” e “favorire la costruzione di una vera cittadinanza”. Concorda? Ritiene che l'informazione locale trentina risponda a queste istanze?

Luca Pianesi: Concordo pienamente. L'informazione non dovrebbe mai assecondare qualcuno, che siano parti politiche o potenti di vario titolo, o quelli che definiscono il “proprio pubblico”. Deve tirare dritto per potersi definire “libera”. In Trentino pur essendoci moltissimi organi di informazione il pluralismo è piuttosto ridotto e tutto è abbastanza appiattito e standardizzato. Oggi la società è, invece, sempre più complessa e sfaccettata. C'è molto da fare.

Giampaolo Pedrotti: Certo che concordo ed è un lavoro infinito, al quale ciascuna componente dell’informazione locale può ancora dare un grande contributo.

Linda Stroppa: Il grande punto di forza dell’informazione locale è la possibilità di costruire “dal basso”: dare voce al territorio e alla gente che vi abita, soprattutto a coloro che hanno meno forza per farsi sentire. Da un certo punto di vista, siamo privilegiati: la nostra realtà ci tocca da vicino per davvero. E le nostre redazioni sono il primo incontro della nostra giornata.

Luca Zanin: Sono bellissime le parole del Papa, ci riportano a un tempo in cui c'erano ancora forti il senso di comunità, la responsabilità collettiva, la tensione verso un modello migliore di società. Viene in mente don Milani, secondo il quale "il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia". L'informazione locale trentina non ha particolari demeriti, io credo. E' il nostro modello sociale - anche qui tra le nostre montagne - che è andato vistosamente deteriorandosi negli ultimi decenni.

Paolo Ghezzi: Quando riesce a non essere provinciale, autoreferenziale, presuntuosamente convinta di sapere sempre "che cosa vogliono i lettori". Quando sceglie la strada dell'approfondimento e non quella della demagogia. Spesso ci riesce. Ma si può sempre far meglio.

Simone Casalini: La questione di rendere la complessità, declinandola in quella che sono le esigenze del giornalismo, è proprio quello di produrre un processo in cui il giornalista e il lettore mettono in gioco il loro sapere. Ciò può stimolare una crescita individuale e collettiva e aprire anche nuovi paradigmi di cittadinanza perché è un concetto, come dicevo, dinamico che la politica cerca di estendere o restringere a seconda della visioni valoriali. L’informazione trentina è attenta a questi temi e il suo livello complessivo mi pare buono.

Ubaldo Cordellini (Il Trentino): Si può e si deve sempre migliorare, ma penso che l'informazione locale trentina faccia un buon lavoro. Non cerca di aizzare l'odio e i sentimenti più retrivi. Cerca di evitare di parlare alla pancia dei lettori e preferisce parlare alla loro testa. Ci sono casi in cui si sbaglia, ma si cerca di scrivere sempre con coscienza. Coscienza che le nostre parole possono anche fare molti danni.

(a cura di Augusto Goio)

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