anno 92 - n° 25 - Luci a San Vigilio
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Le proposte dei profughi per il futuro del Paese dei cedri

“Siria, anche noi al tavolo della pace”

Hsyan Abd El Rahim, autorevole esponente della comunità siriana rifugiata in Libano, è in Italia per promuovere la causa della sua gente. I lettori di Vita Trentina già lo conoscono.

Parole chiave: Siria (155), profughi (205), pace (760)
Tel Abbas (Libano) - Al centro, secondo da destra, Hsyan Abd El Rahim, esponente della comunità siriana rifugiata in Libano. - 28/02/2016 - Augusto...

Tel Abbas (Libano) - Al centro, secondo da destra, Hsyan Abd El Rahim, esponente della comunità siriana rifugiata in Libano. - 28/02/2016 - Augusto Goio

"Ai tavoli delle trattative siede chi ha interessi economici e politici sulla Siria. Noi, vere vittime della guerra, possiamo solo scegliere come morire in silenzio. Ma nel rumore assordante delle armi rivendichiamo il diritto a far sentire la nostra voce”. Hsyan Abd El Rahim, insegnante siriano di Homs riparato in Libano e autorevole esponente della comunità siriana riparata nel Paese dei cedri, scandisce le parole nella Sala stampa della Camera dei Deputati. E’ a Roma grazie al lavoro paziente di Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, che dal 2013 opera in alcuni campi profughi del Libano al confine con la Siria, per illustrare ai rappresentanti del Parlamento italiano la Proposta di pace per la Siria elaborata dagli stessi profughi siriani.

Mentre in Siria si alza nuovamente la temperatura del conflitto che dal 2011 insanguina il Paese, con prove muscolari di guerra aerea tra Russia e Stati Uniti che potrebbero portare a un’ulteriore pericolosa escalation, da Roma si leva la richiesta di chi quella guerra non l’ha voluta e non la vuole, ed è scappato proprio per non uccidere e per non farsi uccidere.

“E’ paradossale – osserva Alberto Capannini, fondatore dei Corpi di Pace dell’Operazione Colomba – che discuta del futuro della Siria proprio chi la sta distruggendo, sta uccidendo i civili, sta bombardando le sue città. Ci vogliono voci diverse, come quelle dei profughi scappati dalla Siria per non uccidere e non essere uccisi e che chiedono soltanto di poter tornare nelle proprie case in sicurezza, protetti da una presenza internazionale”.

Un anno fa, quell’appello per la sua gente

Ho incontrato Hsyan Abd El Rahim poco più di un anno fa, il 28 febbraio 2016. Nel campo profughi di Tel Abbas, nel nord del Libano. Da lì a poche ore sarebbero partiti per l’Italia i primi 93 profughi siriani, accolti grazie al corridoio umanitario promosso da Comunità di Sant’Egidio, Tavola valdese e Federazione delle Chiese evangeliche. Era venuto a salutare chi di lì a poco sarebbe partito. Lui, inizialmente nella lista dei partenti, aveva invece scelto di restare accanto alla sua gente. “Vogliamo che la voce dei siriani in esilio nei campi profughi possa arrivare fino a Ginevra”, mi disse in quell’occasione, facendosi portavoce della comunità siriana di tutta la zona di Akkar, di cui era ed è il leader riconosciuto, tanto da portarne le proposte per la risoluzione del conflitto siriano fino ai rappresentanti dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. “Abbiamo bisogno di libertà e di sicurezza. Ai colloqui di Ginevra vogliamo portare la voce della popolazione civile, del milione e mezzo di profughi siriani che vivono in Libano. E che sperano ancora di poter tornare, un giorno, nella loro terra”, mi confidò. Decisi, d’intesa con Alberto Capannini di Operazione Colomba, di pubblicare su Vita Trentina la sua preziosa testimonianza in forma anonima (vedi Vt n. 11/2016 del 13 marzo 2016), per tutelare la sua incolumità e quella della sua famiglia.

a.go.

La proposta dei profughi siriani, presentata nel novembre dello scorso anno al Vice Presidente dell'Unione Europea Frans Timmermans e nel marzo di quest’anno a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ma portata anche da Capannini giusto un anno fa alla 32a Sessione Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, si apre con due parole - “Noi siriani” - e verte su pochi punti concreti, da attuare immediatamente, ma offre anche una prospettiva per così dire politica per il futuro della Siria.

Si chiede in primo luogo la creazione di zone umanitarie in Siria, territori neutrali rispetto al conflitto, sottoposti a protezione internazionale, sul modello della Comunità di Pace di San José di Apartadò in Colombia, dove operano da tempo i volontari dei Corpi di Pace di Operazione Colomba. Ancora, che siano aperti corridoi umanitari per portare in sicurezza i civili in pericolo; che si fermino i bombardamenti e cessi il rifornimento di armi; che si ponga fine all'assedio di decine di città e che si dia assistenza umanitaria ai loro abitanti, oggi senza cibo e senza medicine. La volontà di combattere terrorismo ed estremismo, recita inoltre la proposta, non deve però fare di civili innocenti e disarmati un obiettivo.

Solo questi passi potranno portare a una soluzione politica e alla creazione di un Governo di consenso nazionale “che rappresenti tutti i siriani nelle loro diversità e ne rispetti la dignità e i diritti”, ritengono i proponenti della proposta-appello - tutti profughi nel nord del Libano, riuniti in organizzazioni e associazioni, semplici cittadini e famiglie scampati alla morte e alla violenza.

“Queste persone – osserva l’on. Michele Nicoletti (Pd), Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo dove già la settimana prossima si farà portavoce della Proposta di pace dei profughi siriani – in tutti questi anni di guerra non hanno mai smesso di sperare nella pace, hanno continuato a lavorare per portare, pur in mezzo a tanta violenza, un messaggio di speranza”. L’Italia, assicura Nicoletti, si adopererà per attivare tutti i canali diplomatici, sia a livello nazionale che a livello europeo, per sostenere dei negoziati di pace “in cui non ci siano solo le grandi potenze, ma anche i protagonisti della società civile siriana”

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