anno 92 - n° 28 - "Siamo tutti migranti"
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Custodiamo e coltiviamo la nostra casa comune

Mille anni fa un nobile fiorentino, Giovanni Gualberto, si ritirò sull'Appennino e si dedicò alla coltura dei boschi. Oggi, Papa Francesco ci invita a saper cogliere con altrettanta dedizione l'urgenza di quella coltura, consapevoli ad un tempo del rischio che incombe sul nostro pianeta. Di questo mi permetto di parlare.

Saluto iniziale

Mille anni fa un nobile fiorentino, Giovanni Gualberto, figlio di una illustre famiglia toscana, alla ricerca di pace e di semplicità, si ritirò in una solitaria e silenziosa foresta dell'Appennino e si dedicò assiduamente, insieme con i suoi compagni, alla coltura dei boschi, tanto che quel luogo, Vallombrosa, divenne a ragione la culla della selvicoltura del nostro Paese. Per questo, nel 1951 fu scelto come patrono dei forestali, da sempre difensori dei boschi e della natura.

Oggi, un uomo venuto “dai confini del mondo”, Papa Francesco, ci invita a saper cogliere con altrettanta dedizione l'urgenza di quella coltura, consapevoli ad un tempo del rischio che incombe sul nostro pianeta, accompagnati anche dalla speranza, che ci aiuta a non dare ascolto ai “profeti di sventura”, sempre attivi in questo genere di questioni. Di questo mi permetto di parlare.

“Quello che sta accadendo alla nostra casa comune” (n. 17)

1) Introduzione

“Mentre leggo l'enciclica Laudato si’ / sono pienamente consapevole / che si tratta di uno dei documenti più importanti / di questo XXI secolo ancora giovane, / sia a causa del suo autore, Papa Francesco / sia per il tema: l'insopportabile sofferenza del pianeta. / Mi coinvolge nel profondo, tanto che non riesco a interrompere la lettura. / E poi mi rendo conto che ciò che mi colpisce, / ciò che mi tocca di più in questo testo è il tono! / Il modo in cui penetra con dolcezza nella mia mente trascinandomi pian piano… / Non è come leggere un testo teorico o pedagogico, / somiglia molto più a una lettera personale, / che mi è stata indirizzata da un amico intimo.”

Sono queste le parole di un “poemetto” scritto da Wim Wenders, il grande regista tedesco di “Il cielo sopra Berlino”, pubblicato il giugno 26 dello scorso anno sul Sole24Ore intitolato Papa Francesco e l'ambiente. Wim Wenders, convinto testimone del fatto che proteggere il pianeta è una delle questioni più scottanti del nostro tempo, ricorda con grande vivacità i passaggi più importanti dell'enciclica papale:

- il fatto che la sofferenza del pianeta non può essere disgiunta e considerata una questione separata dalla sofferenza dei poveri. Le due cose si appartengono e devono essere risolte insieme. Invece generalmente sono considerate questioni separate. Le organizzazioni che le combattono sono impegnate sull'uno o sull'altro fronte. Da un lato la lotta alla povertà, dall'altro quella contro l'abuso dei preziosi tesori del pianeta: la sua acqua, la sua aria, le sue piante, i suoi animali, le sue risorse.

- per una volta, poi, in questa enciclica la fede non è qualcosa che porta i cristiani a trascendere in qualche modo il mondo e lasciarselo alle spalle, ma qualcosa che conduce dritto nel mondo, spingendo ad abbracciarlo e a difenderlo. “E per una volta - scrive Wim Wenders - sei impaziente di condividere un testo di chiesa con persone che non sono credenti o che negano un altro Dio. Dopotutto viviamo sullo stesso pianeta, siamo fratelli gli uni agli altri, e sì, anche i diversi nomi di Dio, nello spirito di compassione e di amore che emana da questo testo, non possono che essere un ulteriore motivo per rispettare l'altro e aver cura di ciò che ci è dato in dono a tutti: il pianeta Terra”. (Ivi)

- infine, come si è già ricordato sopra, è il tono del messaggio, a renderlo così potente e convincente, ben al di là di qualsiasi saggio o tesi sull'argomento. “Non è che quando finisci di leggere l'enciclica - nota ancora Wenders - ne saprai necessariamente più di prima. Non è un testo ricco di nuovi dati e intuizioni sorprendenti, eppure da quella lettura esci arricchito e in realtà sai di più. Con molte cose di cui prima eri consapevole ora hai un rapporto diverso; d'ora in poi apparterranno alla tua vita in senso profondamente esistenziale” (Ivi).

Sono tre osservazioni, quelle del grande regista, che possono davvero creare il clima di riflessione per queste giornate: l'ambiente è anche la società umana e la società umana è nell'ambiente; c'è anche “una fede che ama la terra”; e c'è un modo di comunicare “quello che sta accadendo alla nostra casa comune” che nasce da un rapporto “esistenziale” con la sua storia.

2) Abitare la terra, oggi

Per quel che riguarda la nostra casa comune, allora, si apre un “tempo d'urgenza”, in cui l'umanità intera deve scegliere il proprio futuro. Come afferma anche la Carta della terra, il documento che si propone di costruire una giusta, sostenibile e pacifica società globale, “l'umanità è parte di un grande Universo in evoluzione. La Terra, nostra patria, nostra casa, è viva e ospita un'unica comunità vivente (…), una variegata comunità di esseri viventi, di cui anche il genere umano fa parte, se si integra democraticamente e rinuncia alla sua posizione speciale nel cosmo”. (2000)

In realtà dobbiamo ricordare che dalla rivoluzione industriale del XVIII secolo ai nostri giorni, l'equilibrio e la sostenibilità del pianeta sono stati messi a rischio. Bisognerebbe usare, in proposito, parole più precise: di per sé non sono il pianeta e la sua sopravvivenza a essere in pericolo, quanto piuttosto le condizioni di possibilità perché la vita umana possa essere ospitata sul pianeta. Nei suoi interventi su teologia e ecologia il teologo evangelico Jürgen Moltmann cita sovente lo stesso - insieme ironico e drammatico – aneddoto: “Due pianeti si incontrano nell'universo. Il primo chiede: ‘Come stai?’. L'altro risponde: ‘Abbastanza male. Sono ammalato. Ho l’Homo sapiens’. Il primo replica: ‘Mi spiace. E’ una brutta cosa. Anch'io l'ho avuto. Però consolati. Passa!’”.

“Insomma, quello che l'uomo non è riuscito a fare in duecentomila anni di presenza sulla Terra è stato fatto negli ultimi due secoli o poco più. Per cui ci troviamo ad essere, insieme, la prima generazione che sta sperimentando gli effetti drammatici dei cambiamenti climatici, e molto probabilmente l'ultima che vi può porre rimedio. La situazione non è confortante, perché ci troviamo di fronte a fenomeni spesso irreversibili: la scomparsa delle foreste tropicali; la riduzione della biodiversità; l'occupazione di circa il 50% delle terre emerse; il sovra-sfruttamento delle acque dolci e delle risorse ittiche; l'emissione in atmosfera di ingenti quantità di gas-serra” (è appunto “quello che sta accadendo alla nostra casa”: cfr. capitolo 1; nn. 17-42 della Laudato si’), ecc. ecc.. C'è qualcosa che non funziona. I conti non tornano. Luca Mercalli, noto climatologo, riporta una citazione di Kennet E. Bouilding: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito o è un pazzo o è un economista” (Ugo Sartorio, L’ecologia integrale di Papa Francesco, in AA.VV., Con tutte le tue creature, Padova, 2016, pp. 59-61).

Papa Francesco avverte della velocità che le azioni umane impongono al pianeta, in contrasto con la lentezza dell'evoluzione biologica (“rapidaciòn”, la chiama, n. 18); delle forme di inquinamento che colpiscono quotidianamente le persone (n. 20); della cultura dello “scarto” che colpisce tanto gli esseri umani che le cose (n. 22). Egli denuncia con forza le gravissime “iniquità” che si compiono tra l'indifferenza di tante persone (n. 25). Si tratta, egli insiste, di una iniquità planetaria che colpisce in particolare i più deboli del pianeta e, perfino, paesi interi (nn. 22, 36, 48).

Eppure, pur di fronte alla situazione per niente rosea fin qui delineata, egli precisa, fin dall'inizio della sua enciclica, che “il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode” (n. 12). “Come dire che se la creazione, alla radice, non è vista come dono fatto all'uomo, se non è considerata come valore in sé e non soltanto per quanto ne possiamo ricavare, se non è considerata come realtà con la quale intrattenere rapporti di fraternità e di sororità, e non come pura cornice dell'umano e luogo di reperimento di risorse, è inevitabile il prevalere di un interesse egoistico nei confronti della natura. Non solo si legittimerebbe lo sfruttamento della creazione, ma anche paradossalmente, verrebbe a inquinarsi il motivo di una sua salvaguardia e cura: è oltremodo facile oggi rilevare l'incremento di un'attenzione egoistica alla natura; si è dispiaciuti di qualcosa che scarseggia che sta venendo meno, oppure che ci venga sottratto per sempre. (...) Detto al contrario, anche se il pianeta Terra disponesse ancora di molte risorse da sfruttare, non è detto che sarebbe eticamente corretto il farlo in modo predatorio. Senza pensare, ad esempio, alle generazioni future”. (Ivi, p. 62).

Ogni uomo “deve” ricordare che per la sua vita sulla terra, egli “dipende dall'esistenza degli animali, delle piante, dell'aria e dell'acqua, della luce delle ore diurne e notturne, deve fare affidamento sul sole, sulla luna e sulle stelle, senza le quali non può vivere. L'uomo esiste soltanto perché ci sono tutte queste creature. Esse possono esistere tutte senza l'uomo, ma non l'uomo senza di esse. Non si può dunque immaginare l'uomo come sovrano divino sulla terra. Egli è un membro dipendente della comunità terrestre” (J. Moltmann, Terra nostra patria?, dattiloscritto, Trento, 2016, pp. 8-9).

Comunque, anche se a prevalere è la lode, non è che il papa non veda i problemi, la loro gravità e il loro accumularsi: nell'ultimo paragrafo del documento confessa di aver compiuto una “riflessione gioiosa e drammatica insieme” (LS, n. 246). Non tutto è perduto - egli sostiene - e “l'umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune” (n. 13), andando oltre “la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a ‘spremerlo’ fino al limite e oltre il limite (n. 106). Nella consapevolezza che “l'interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune” (n. 164) e che “abbiamo bisogno di una reazione globale più responsabile” (n. 175), “possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita” (n. 207).

“Ognuno è rimandato la sua libertà e responsabilità. A superare prima di tutto gli ostacoli che trova in sé. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche tra i credenti, vanno dalla negazione del problema, all'indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche” (n. 14). Inoltre, “nessuno potrà lavorare da solo, o pretendere di avere, da solo, la soluzione in tasca. La chiesa non ha una parola definitiva da dire, ma vuole mettersi in cammino, dialogare con tutti, imparare. Proporre, non imporre, il suo punto di vista” (Ugo Sartorio, op.cit., pp. 63-64).

Per Francesco tutto è in relazione e tutto è connesso. Il che vuol dire che interrogarsi sullo stato della nostra casa comune è sempre anche interrogarsi sul senso e sul fine dell'uomo dentro e insieme con essa, sul suo agire responsabile o meno, per cui accanto a una ecologia ambientale serve una ecologia umana. Quest'ultima, inoltre, solleva i temi globali della fame, della distribuzione universale dei beni, dell'inclusione sociale, sfociando spontaneamente in un’ecologia sociale fondata sulla fraternità e sulla sororità. E’ quella che la Laudato si’ definisce ecologia integrale, espressione che ritorna ben 9 volte nel documento e ne costituisce il cuore pulsante. (E’ il cap. 4° dell'enciclica, nn. 137-162).

Per lui “la cultura ecologica non si può ridurre una serie di risposte urgenti e parziale i problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all'esaurimento delle risorse naturali, all'inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita, una spiritualità, in una parola una donna, un uomo, le cui relazioni sono il frutto di una “ecologia umana”.

3) L’abitare dell’uomo, oggi

L'enciclica Laudato si’, come si è già potuto constatare, dedica molti passaggi significativi alla individuazione dei tratti caratteristici di una umanità, che sappia cogliere la drammaticità del momento storico che il pianeta sta vivendo. Essa invita a prendere coscienza della necessità di cambiamento di stili di vita, di produzione e di consumo ormai indifferibili. Sollecita la responsabilità di ciascuno e delle comunità, perché si ricomponga la capacità di esperienze solidali, condivise, nella costruzione del bene comune, nella denuncia della violenza, dell'arroganza di certa economia e della finanza. Si sofferma persino a descrivere la disordinata crescita di molte megalopoli odierne (n. 44); l'esclusione sociale e la disuguaglianza nella disponibilità delle risorse (n. 46); il rumore dispersivo di certa informazione (n. 47) e ribadisce che il grido dei poveri si assomma al grido della terra. Per il papa “la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la terra è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia, dalla fedeltà nei confronti degli altri” (n. 70).

E’ in questo contesto che mi permetto di introdurre una domanda che può apparire fuori luogo, “straniera”, superflua: l'abitante (cioè l'uomo) sa come abitare la sua casa (cioè la terra)? In modo un po' solenne: c'è un’antropologia condivisa all'altezza della situazione o le correnti concezioni dell'umano sono inadeguate per rispondere alla sfida che quella gli lancia? Un interessante studioso del nostro tempo, Silvano Petrosino, in un bel libretto, intitolato Pensare il presente, scrive: “Mi sto accorgendo che alla base di molte riflessioni di oggi sulla politica e sulla giustizia, sulla scienza e sull'etica, sulla verità e su Dio, eccetera, vi è una concezione banale, quasi caricaturale, del soggetto umano. (...) La questione essenziale mi sembra dunque essere la seguente: come essere seri con l'essere umano?” (Ivi, pp. 63.64).

La sua risposta si avvale di un testo molto bello di Martin Heidegger, il grande maestro del Novecento, che in una celebre conferenza sul costruire intitolata Costruire abitare pensare del 1951, afferma: l'uomo esiste come uomo, esiste in quanto uomo, perché abita. Affermazione interessante, perché non dice che l'uomo esiste perché mangia o perché dorme; e neanche che l'uomo è uomo perché ha una fede religiosa o perché pensa. Heidegger afferma che esistere da uomini significa “abitare”; e poi subito si chiede: che cos'è l'“abitare”? Che cosa significa “abitare”? La sua risposta è la seguente: “abitare vuol dire coltivare e custodire il campo”.

E’ chiaro il riferimento, seppur mai riconosciuto da Heidegger, al testo di Genesi 2,15: “Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”.

L'uomo è allora colui che è chiamato coltivare e a custodire ciò di cui non è l'autore, ciò che non ha mai potuto, per l'appunto, costruire.

Ancora Heidegger, approfondendo la questione, afferma che il tratto fondamentale dell'abitare è l’avere-cura. D'altra parte l’esistenza e la vita sono da custodire, devono essere custodite, oltre che coltivate, proprio perché “altre”, proprio perché emergono e si impongono come “altre”, come manifestazioni di un'alterità irriducibile. Il tratto fondamentale dell'avere-cura è, allora, l'altro. “C'è dell'altro”, cui vale la pena di prestare attenzione.

In questa prospettiva vale, ora, la pena di chiarire ulteriormente i significati dei due verbi coltivare (bestellen) e custodire (behuten), incontrati sopra:

a) coltivare, a partire soprattutto dal testo della Genesi 2,15, significa che l'uomo non deve solo esistere o vivere, ma deve coltivare l'esistenza stessa in cui egli si trova gettato. Egli non è una marionetta nelle mani di un despota violento; è stato creato come capace di intervenire sulla creazione, capace di prendere un'iniziativa autonoma nei suoi confronti. Da questo punto di vista la creazione attende la risposta dell'uomo, senza la quale essa risulterebbe incompiuta, non pienamente realizzata. L'uomo, cioè, non è uno spettatore, ma un attore della vita e dell'esperienza tutta.

Nel testo antico, la dimensione del coltivare trova la sua più commovente espressione nell’invito di Dio a dare il nome alle cose: “Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe nominati: in qualunque modo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Genesi 2,19). “Nominare le cose”, gesto per eccellenza creativo da parte dell'uomo. E questo coltivare può assumere le forme più terribili. Nella Banalità del male Hannah Arendt ricorda che quando il giudice chiese a Eichmann: “Ma ascolti, come faceva a non sapere che c'erano dei boia nei campi di concentramento in cui inviava gli Ebrei?”, il gerarca nazista rispose: “Ma quali boia? Non esiste un documento su cui ci sia il nome ‘boia’. C'è scritto assistenti sanitari”. Si può dare il nome anche in modo perverso.

b) custodire è invece un verbo più difficile da interpretare, perché esso riguarda ultimamente (cioè ha a che fare in definitiva con) l'alterità, cioè quella realtà che gli non può costituire, ma di cui deve, invece, avere-cura, con la consapevolezza che gli non può evitarla, né dominarla. E’ la vita stessa, per esempio, che si configura sempre come “altra”, come un “aldilà” che sfugge a ogni invenzione, un resto che si sottrae alla pur grandiosa capacità di coltivare (cioè sognare, immaginare, fantasticare, progettare, ecc. ecc.) propria dell'uomo. “Custodire” crea “la ferita dell'altro”, la sua esposizione all'altro, perfino a quello che Paul Ricoeur chiama “il sé come un altro”, per indicare una “alterità interiore”, ciò che non può mai essere il frutto di un costruire temporaneo, ma è quell'”eccedenza”, quell’inquietudine irriducibile che sempre “oltre” noi stessi. E’ come dire che al fondo di noi non si trova uno spazio franco, un nocciolo duro e sicuro, ma una frattura, una cesura, una scena d’alterità che appunto ci abita. Per questo possiamo dire che siamo insieme “abitanti” e “abitati”. L’uomo è un abitante abitato. Se gli si accoglie come tale, allora riconoscere di non essere il signore di se stesso in termini di potere, di arroganza, ma di essere un “non tutto”, per riprendere una felice espressione di Lacan. In tal senso siamo tutti ospitali e ospitati: l'esatto contrario del “padrone a casa propria”. E’ per questo che una buona “ecologia umana” è una condizione indispensabile per una “ecologia integrale”.

Forse, da ultimo, occorre ricordare che “il nostro mondo, il cosiddetto primo mondo, è così fiero dei propri successi, in verità strepitosi, che alla fine rischia di giungere alla seguente conclusione: ‘Andiamo avanti, coltiviamo, continuiamo a coltivare; al custodire penseremo in seguito!’. Ma un costruire-coltivare che non sia fin da subito anche un custodire si trasforma fin da subito in un distruggere. A tale riguardo si può citare il Frankenstein di Mary Shelley; vale la pena di ricordare che Frankenstein non è il nome del mostro, ma del dottore. C'è un costruire che genera mostri. Bisogna sapersi fermare, bisogna saper accogliere ciò che non si è costruito e, soprattutto, bisogna riconoscere che c'è l’incostruibile”. (Ivi, p. 75).

Marcello Farina

Trento, 12 luglio 2017 - festa di San Giovanni Gualberto

* * *

Bibliografia essenziale:

- Magatti, Petrosino, Recalcati, Pensare il presente, Ed. Nuova Editrice Berti, 2013

- AA.VV., Con tutte le tue creature, Ed. EMD, Padova, 2016

- Wim Wenders, San Francesco e l’ambiente, in Sole24Ore, inserto, 25 giugno 2016

- Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco

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