Rebus immigrazione, confronto a Trento apre Religion Today

E’ aumentata l’insicurezza e un ruolo importante nel farla crescere l’hanno giocato i media. L’analisi

La percezione del fenomeno migratorio in Italia negli ultimi vent’anni è stata influenzata dalla rappresentazione che i media ne hanno dato. E, in generale, non in meglio, soprattutto negli ultimi anni. A predominare è il binomio criminalità-immigrazione, in particolare tra il 2007 e il 2008, e più recentemente alla fine dell’estate 2017. Si parla della persona immigrata prevalentemente in un contesto negativo, alimentando così la paura nei cittadini. E’ aumentata l’insicurezza e un ruolo importante nel farla crescere l’hanno giocato i media. A spiegarlo, con il supporto di dati inoppugnabili, è Paola Barretta, docente all’Università di Pavia, responsabile dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza e collaboratrice dell’associazione Carta di Roma, chiamata venerdì scorso 13 ottobre ad aprire in modo non convenzionale la 20a edizione del festival del cinema delle religioni Religion Today, nel corso di un appuntamento promosso dal Festival d’intesa con il Cinformi, il Centro informativo per l’immigrazione della Provincia Autonoma di Trento.

L’incontro ha offerto una doppia lettura, sociologica e mediatica, del fenomeno migratorio. A partire da una banale constatazione: le migrazioni sono una costante della storia europea. E detto che non è mai stato semplice gestire la tensione fra il diritto di emigrare e il diritto degli stati di decidere chi accogliere (e a quali condizioni), va riconosciuto che il fenomeno, che è strutturale, va affrontato non i sentimenti (buoni o cattivi), ma con competenza e buona amministrazione. Oltre che con una buona conoscenza. Qui il ruolo dei media è cruciale. “Nell’aumento dell’insicurezza tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 un ruolo importante l’ha giocato l’informazione televisiva di prima serata”, osservava Barretta. Se dieci anni fa si costruiva la percezione dell’insicurezza identificando in talune provenienze determinate propensioni a delinquere, oggi il fenomeno migratorio non ha voce nei media se non in situazioni stereotipate (l’arrivo in Italia, il viaggio…) e manca completamente la normalità: si parla di migranti e rifugiati, ma non degli stranieri residenti in Italia. L’islam entra nei tg associato al terrorismo di matrice jihadista. Ma non vengono mai date notizie sul paesi di origine e di transito degli immigrati.

Eppure, per dirla con Giuseppe Sciortino, autore di Rebus immigrazione (Il Mulino, 2017), “l’immigrato è il nostro vicino di casa, che non vediamo più come straniero”.

Salvo lodevoli eccezioni, è una narrazione che genera insicurezza. Barretta ha individuato tre cattive pratiche del mondo dell’informazione: il dare voce alla gente comune e far credere che quella sia la fonte più autorevole; raccontare il fenomeno per stereotipi (ad esempio: l’immigrato portatore di malattie, vedi il caso malaria a Trento); l’assenza di un contesto: numeri, storie umane, che aiuterebbero a dare conto della complessità del fenomeno. I numeri li ha dati Serena Piovesan del Cinformi, sfatando una percezione dura a morire, quella dell’immigrazione come un problema. Piovesan ha invitato ad abbandonare approcci emergenziali, a cominciare invece a gestire canali formali di ingresso e a ripensare le politiche di inserimento lavorativo.

In conclusione, Barretta ha suggerito alcune buone pratiche per contrastare la narrazione negativa, emergenziale, generatrice di paura (che, guarda caso, conosce il suo massimo a ridosso di appuntamenti elettorali) del fenomeno migratorio: far parlare i protagonisti (“Parlano solo nel 3% dei servizi tv”), raccontare la quotidianità degli stranieri (naturalizzati o meno) che vivono in Italia, proporre approfondimenti.

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