anno 93 - n° 03 - Belli senz'anima?
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EDITORIALE

Un futuro senza dolore, un futuro riconciliato

Se ci preme immaginare e vivere un futuro di pace e di riconciliazione dobbiamo forse spendere fatica e fantasia per ricreare spazi reali di confronto e di dialogo soprattutto per le nuove generazioni; dobbiamo creare vere alternative alla virtualità esagerata che lascia tutti un po’ soli, recuperando viceversa le relazioni personali e reali, dove possano nascere parole dense di significato da vivere in pienezza.

Parole chiave: Fede (668), ecumenismo (252), giovani (2224), futuro (23)

Dicono che c’è un tempo per vegliare e un tempo per dormire, dicono che c’è un tempo per sognare e un tempo per arrendersi alla vita, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per parlare e un tempo per stare in silenzio. Stare in silenzio e ascoltare parole che hanno un senso, che affascinano, che non ti lasciano scampo perché rimandano alla Parola, quella Parola alle volte bistrattata, alle volte incompiuta, spesso dimenticata.

La nebbia saliva lenta e avvolgeva le colline del piccolo paese della Borgogna del Sud, quasi a oscurare l’orizzonte per farti concentrare, con complicità, su alcune cose: il canto che arrivava melodioso dalla chiesa, il passo lento dei fratelli vestiti di bianco che si avvicinavano, a testa china, guardando, con dolcezza, le persone che incontravano, i rintocchi delle campane che chiamavano tutti alla preghiera, anche i più addormentati, dopo una nottata passata a parlare, a discutere, a cantare accovacciati sui bassi muri delle immense campagne.

Sulla facciata della chiesa della Riconciliazione di Taizé, una chiesa che stupiva perché costruita al contrario, quasi in una buca e quasi a voler sparire agli occhi della gente, colpiva una scritta in bella calligrafia e in più lingue: “Riconciliatevi voi che entrate, il padre con il figlio, il marito con la moglie, il credente con colui che non può credere, il cristiano con il fratello di fede non amato”. All’interno le vetrate disegnate da frerè Eric rischiaravano il buio e proiettavano immagini semplici nella navata illuminata solo da centinaia di candele lasciate a terra o davanti ad un’ icona e dicevano “parole" importanti sotto forma di immagini essenziali: la Pasqua, la Pace, l’Ascensione, i Magi venuti dall’Est.

Questo senso del contrario è affascinante e saggio: una chiesa può non apparire, ma richiamare i disorientati, le piccole luci possono illuminare l’oscurità, il canto melodioso può vincere il silenzio e richiamare alla profondità dell’anima, la parola non urlata, ma meditata può scavarti nell’intimo,  la gioia di accettare dei rischi per tutta un’esistenza può inventare un futuro comune, la volontà di cercare quello che unisce piuttosto che quello che divide può renderci migliori.

Riconciliazione, questa parola ora così abusata, ma poco praticata, richiamava a dei cammini interiori necessari: al dialogo, al confronto, alla capacità di capire l’altro, alla disponibilità e, forse, al perdono.

Ecumenismo era l’altra parola quasi sussurrata, quasi a non voler ferire, quasi a voler lasciare ognuno libero di cercare i modi e i tempi della riconciliazione, senza tradire le proprie radici.

Ora le parole sono spesso abusate e svuotate di senso e soprattutto non producono reali cambiamenti personali e collettivi; basta leggere le lamentazioni dei professionisti giornalieri delle “lettere al Direttore”, basta ascoltare le altisonanti parole dei politici in perenne campagna elettorale che promettono quello che non si può realisticamente promettere, i consigli dei tuttologi di qualsiasi spettacolo televisivo.

Se ci preme, e non è del tutto scontato, immaginare e vivere un futuro di pace e di riconciliazione dobbiamo forse spendere fatica e fantasia per ricreare spazi reali di confronto e di dialogo soprattutto per le nuove generazioni, rompendo anche il muro che oggi separa le generazioni stesse; dobbiamo creare vere alternative alla virtualità esagerata che lascia tutti un po’ soli, recuperando viceversa le relazioni personali e reali, dove possano nascere parole dense di significato da vivere in pienezza.

Per fare questo, e penso alle nuove generazioni, dobbiamo avere il coraggio di abbandonare alcune liturgie autoreferenziali, alcune prassi ripetitive, che inducono a rifare tutto allo stesso modo e solo in maniera apparentemente più nuova, dando fiducia anche ai più giovani e alle cose che non riusciamo a capire di loro, riscoprendo insieme a loro, anche il gusto della bellezza, di uno sguardo limpido, di un ascolto vero e disinteressato. Bisogna riscoprire il gusto del vivere gomito a gomito, dell’ incontrarsi per strada, del dire parole che portano a concretezza e  bisogna essere concreti senza mai perdere la tenerezza. Bisogna scommettere sul fatto che gli incontri possono essere importanti e cambiarti la vita.

Forse semplicemente, per noi cristiani, basta riscoprire il senso della testimonianza e della profezia.

Allora sarà più facile riconciliarsi fra generazioni e all’interno delle famiglie. Allora lo straniero che arriva non sarà un problema, ma una risorsa e professare un’altra fede non sarà motivo di divisione, ma ricchezza per la crescita personale. Allora il confronto civile e propositivo sarà la linfa per far crescere possibilità di un futuro senza dolore, un futuro riconciliato.

Un futuro senza dolore, un futuro riconciliato
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