anno 93 - n° 09 - Scatta l'ora del Rosatellum
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Nella Giornata di preghiera per la pace in Duomo a Trento la testimonianza di suor Maria Martinelli

“Dov’è Dio? In Sud Sudan...”

Nella Giornata mondiale di preghiera per la pace, voluta da papa Francesco venerdì 23 febbraio e destinata in particolare all’Africa, in cattedrale a Trento è risuonata la testimonianza di suor Maria Martinelli.

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Nella Giornata mondiale di preghiera per la pace, voluta da papa Francesco venerdì 23 febbraio e destinata in particolare all’Africa, in cattedrale a Trento è risuonata la testimonianza di suor Maria Martinelli

Sfollati interni in Sud Sudan (foto Sir).

Sfollati interni in Sud Sudan (foto Sir).

Il Duomo di Trento gremito di gente per la Veglia di preghiera per il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana e la Siria, venerdì sera 23 febbraio. Una Veglia di preghiera intensa, commovente. Per ritrovare il senso e il gusto della preghiera, la grande assente delle nostre comunità, ha ricordato il vescovo di Trento Lauro. Mentre invece occorre riportare al centro la preghiera, la sua forza dirompente di imprevedibilità e di mistero. Insieme al senso del perdono, da riscoprire e ritrovare, e della gratuità, da praticarsi nel quotidiano. Per don Lauro, passione e sogno devono essere parole che ci guidano, parole sapienti in mezzo a tante parole insipienti che ci circondano. E proprio sulla filo della passione ha svolto il suo intervento-testimonianza suor Maria Martinelli, comboniana, medico chirurgo che proprio negli ultimi tempi è stata chiamata come superiora nello stesso Sud Sudan lasciando la sala operatoria dove solo apparentemente sarebbe risultata più utile nel suo ruolo. Nella sua appassionata testimonianza suor Maria ha parlato di questo dilemma e di questa sua nuova missione: “essere custode della nostra passione missionaria”. “Ravvivare il fuoco, attivare la passione per avere compassione”. Termini bellissimi, difficili, ma entusiasmanti a viversi nel dono di sé.

Davanti a un popolo che soffre immensamente per la guerra fratricida, suor Maria non può scongiurare la guerra che è in atto, però rassicura, questo sì, di essere con le altre sorelle missionarie al fianco della gente, a soffrire con loro: “Dio è con voi, Dio sta camminando con voi e anche noi camminiamo accanto a voi!”. Ecco quindi la necessità di “mettersi insieme” nel guazzabuglio, in mezzo a due milioni di sfollati dove può succedere di tutto, persino calpestare un neonato per la bramosia di una ciotola di farina. Due comunità religiose sono esse stesse in condizione di profughe, condividendo tutto, compreso il rischio della propria vita. E’ la nuova frontiera dell’evangelizzazione che agisce prima ancora di dire, o non dice affatto ma testimonia il vangelo con la vita quotidiana. E non senza la giusta “grinta” – osserva -, quando ci vuole ci vuole, sempre per ravvivare il fuoco e non lasciare le brace coperte dalla cenere.

Suor Maria Martinelli, missionaria comboniana di Calceranica, medico chirurgo, è dal 2008 in Sud Sudan

Suor Maria Martinelli, missionaria comboniana di Calceranica, medico chirurgo, è dal 2008 in Sud Sudan

Pacata nei toni, vibrante nei contenuti, questa suora trentina che vive da 30 anni in Africa e da 10 in Sud Sudan, la nazione più giovane del mondo e già dilaniata, la sua gente mortificata da continui spostamenti, dalle bombe e dalla fame. Parla di nonviolenza attiva, suor Maria, da opporre alla strabordante violenza contro le donne, le madri, le bambine e i bambini. E cita santa Bakhita, donna sudanese che da vittima di umilianti angherie si fa paladina dei diritti delle donne, lotta contro la tratta e la riduzione in schiavitù diventando al contempo un’icona del perdono.

Due milioni di profughi

“Quando due elefanti combattono è l’erba che soffre”. Matteo Perotti, missionario laico originario della diocesi di Como, utilizza questo proverbio africano per descrivere la situazione in cui vivono milioni di civili in Sud Sudan. Il Paese è sprofondato dal dicembre 2013 in una crisi umanitaria provocata dalla competizione, prima politica e poi militare, tra il presidente Salva Kiir e l’ex vice-presidente Riek Machar. Una contrapposizione per il potere che ha ben presto acquisito una connotazione etnica con il confronto tra i due principali gruppi etnici del Sud Sudan: i denka del presidente Kiir (che rappresentano il 25-30% della popolazione) e i nuer di Machar (15-20%). Stando ai dati delle Nazioni Unite, alla fine del 2017 si contavano quasi due milioni di nuovi profughi fuggiti nei Paesi della regione – che si vanno ad aggiungere ai 500mila scappati negli anni precedenti – e oltre cinque milioni sono gli sfollati interni.

“Giustizia e pace” è un binomio che attiva il lavoro – osserva la suora-medico - nei campi profughi, nell’assistenza alla gente, nel guarire dai tanti traumi fisici e psichici che derivano anche da una vita promiscua e tenendo presente che occorre anche superare l’assistenza per avviare su strade di autonomia persone che altrimenti rischiano di “sedersi”, perpetuamente assistite.

E’ lucidissima l’analisi di questa suora, le deriva dalla vita “sul campo”, in mezzo alla gente, tra piogge dirompenti e sole terribile che brucia, in un andirivieni di emozioni e vita concreta da urticare. Insiste sul fatto di tenersi in piedi per conto proprio, di andare oltre, “rigenerandosi”, guardando a un domani migliore.

Una bella e potente lezione di vita valida per tutti. Pregare e digiunare, credere alla potenza della preghiera, conclude don Lauro. Davanti ai tanti drammi dell’umanità se viene da chiedersi: dov’è il Signore? Dorme? La risposta deve essere: Egli è in Sud Sudan, in Siria, nella Repubblica Centrafricana, siamo noi che siamo altrove, sordi e indifferenti, indaffarati e assenti. E invoca “una Chiesa del perdono e della gratuità, il tesoro vero, santuario da custodire!”.

“Quando due elefanti combattono è l’erba che soffre”. Matteo Perotti, missionario laico originario della diocesi di Como, utilizza questo proverbio africano per descrivere la situazione in cui vivono milioni di civili in Sud Sudan. Il Paese è sprofondato dal dicembre 2013 in una crisi umanitaria provocata dalla competizione, prima politica e poi militare, tra il presidente Salva Kiir e l’ex vice-presidente Riek Machar. Una contrapposizione per il potere che ha ben presto acquisito una connotazione etnica con il confronto tra i due principali gruppi etnici del Sud Sudan: i denka del presidente Kiir (che rappresentano il 25-30% della popolazione) e i nuer di Machar (15-20%). Stando ai dati delle Nazioni Unite, alla fine del 2017 si contavano quasi due milioni di nuovi profughi fuggiti nei Paesi della regione – che si vanno ad aggiungere ai 500mila scappati negli anni precedenti – e oltre cinque milioni sono gli sfollati interni.

“Dov’è Dio? In Sud Sudan...”
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