Porti chiusi, porte aperte

I “gesti concreti di accoglienza” annunciati dal vescovo Lauro Tisi nell’omelia della celebrazione dell’Epifania (si veda a pagina 5) si stanno traducendo in un progetto di accoglienza al quale lavorano la Diocesi di Trento e il Centro Astalli Trento. La volontà è quella di dare risposta al calo di impegno dell’ente pubblico, conseguente all’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto sicurezza” (n. 113/2018).

La Diocesi di Trento accoglie attualmente circa 150 richiedenti asilo, 35 dei quali all’interno del progetto "Ordini Religiosi" del Centro Astalli, nato dalla collaborazione con gli ordini religiosi dei Cappuccini, Gesuiti, Dehoniani e Comboniani presenti in Trentino. Con il nuovo “progetto Chiesa” si vuole “dare continuità a ciò che è stato fatto e a ciò che si sta facendo, e magari collaborare con altri ordini religiosi che vogliono aprire le loro porte; l’obiettivo è quello di poter continuare ad accompagnare, servire e difendere i richiedenti asilo e i rifugiati”, spiega in una nota il Centro Astalli Trento.

Accogliere, per la Chiesa cattolica, è “un imperativo morale”, ha osservato don Cristiano Bettega, responsabile dell’Area testimonianza e azione sociale dell’Arcidiocesi, perché “si tratta di concretizzare il Vangelo".

Rispetto alle chiusure dei tempi recenti, il Centro Astalli invoca un cambio di passo, una “reazione creativa e determinata di una società civile capace di indignarsi, mobilitarsi” reagendo ad un provvedimento, il Decreto Sicurezza, che appare pensato non “per costruire coesione e pace sociale, ma per un fuorviante senso di auto-difesa da chi si desidera emarginare” e che “con il pretesto di regolamentare” mortifica “le persone e i loro diritti”; misure “misure irrazionali e incoerenti”, le bolla il Centro Astalli, che produrranno “più marginalità, più irregolarità, esclusione sociale e illegalità”. E preoccupa che la nuova giunta provinciale si sia omologata al resto d’Italia, con la chiusura, dal 1 gennaio, dei corsi di cultura e lingua italiana per richiedenti asilo; la riduzione, a breve, del servizio di supporto psicologico, a marzo “quella del personale che lavora nelle strutture collettive” e, dal 1 aprile, la chiusura dei servizi di orientamento al lavoro. Ecco perché la decisione di impegnarsi in un ruolo di supplenza, che si chiede di sostenere in tre forme: parlando di immigrazione, informandosi e informando; facendo una donazione per sostenere il lavoro di accompagnamento dei migranti; diventando volontari (basta scrivere a: volontari@centroastallitrento.it).

La riduzione del progetto di accoglienza con l’eliminazione dei corsi di lingua e cultura italiana e dei tirocini e il ridimensionamento del ruolo del Cinformi, il Centro informativo per le migrazioni della Provincia, ha sollevato critiche e proteste. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil del Trentino ricordano che “non si possono affrontare i problemi con gli spot e con la propaganda”; piuttosto, “sarebbe ora di comprendere che gli immigrati non sono un problema, ma una risorsa perché garantiscono una parte delle tenuta del nostro sistema economico e previdenziale”. Di “cambio di direzione poco lungimirante” parla Stefano Montani, segretario della Filt Cgil Trentino, che cita ad esempio l’iniziativa di ridurre in maniera drastica l’uso della tessera per l’utilizzo del trasporto pubblico ai richiedenti asilo come “sbagliata e controproducente”, perché limita l’integrazione. Da registrare anche la garbata ma piccata “lettera aperta” di otto realtà del privato-sociale al presidente del Consiglio provinciale, Walter Kaswalder, che parlando del sistema di accoglienza Trentino ha detto che si tratta di un “business non da poco”. “Svilire il nostro lavoro sostenendo che potrebbe essere eseguito da chiunque è ingeneroso e in ultima analisi anche offensivo”, scrivono Sandra Aschieri (Atas onlus), Claudio Bassetti (Cnca), Chiara Dossi (Arcobaleno scs), Stefano Graiff (Centro Astalli), Barbara Grassi (Forchetta e rastrello scs), Michele Odorizzi (Kaleidoscopio scs), Marco Rosi (Samuele scs), Luisa Sartori (Punto d’approdo scs), ricordando a Kaswalder che essere organizzazioni senza scopo di lucro (associazioni di volontariato, di promozione sociale, fondazioni, cooperative sociali…) non significa vivere solo di volontariato, ma avere “la caratteristica (o il vincolo) della non ridistribuzione degli utili ai soci”.

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