anno 94 - n° 02 - Il Reddito fa il cittadino?
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Editoriale

Popolarismo, non populismo

A un secolo dall’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, che sanciva la nascita del Partito popolare italiano, senza cedere a improbabili attualizzazioni e a nostalgie per presunte “età dell’oro”, come recuperare il senso del popolarismo sturziano?

Parole chiave: politica (1762), popolarismo (2)

Gli anniversari rappresentano sempre più spesso (e non sempre a proposito) l'occasione per riletture e revisioni di fatti ed avvenimenti che hanno segnato la storia e le memorie, personali e collettive, di comunità, nazioni e generazioni. In questi giorni cade un centenario di fondamentale importanza per la storia del movimento cattolico italiano ed europeo. Il 18 gennaio 1919 dall’albergo Santa Chiara di Roma veniva diffuso l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, le cui prime righe recitano: “che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”. Un invito, concepito da don Luigi Sturzo e da un gruppo di intellettuali cattolici, che sanciva la nascita del Partito popolare italiano. Un’esperienza che nasceva all’indomani della tragedia della prima guerra mondiale, proponendo un partito ispirato dai principi della dottrina sociale della Chiesa ma dal carattere laico e aconfessionale, con una precisa concezione dello Stato: dalle solide basi democratiche, con una chiara visione dei contesti internazionali, distante dalle concezioni dello stato etico ottocentesco e diverso delle tradizioni politiche fin lì maggioritarie (liberale e socialista), propugnatore di un’economia distante dal protezionismo e dall’assistenzialismo statale, difensore dei diritti dei lavoratori e della piccola proprietà, promotore del regionalismo e del ruolo delle autonomie locali, con una particolare attenzione alla questione meridionale. Un programma scarno, organizzato in 12 punti, basato sulla tutela dell'integrità della famiglia e su una attenta legislazione sociale e assistenziale, sullo sviluppo della cooperazione, sul decentramento amministrativo, sulla libertà della Chiesa; che prevedeva il sistema elettorale proporzionale, il voto femminile, il rispetto dell’ordine internazionale garantito dalla Società delle Nazioni, la coscrizione obbligatoria e il disarmo universale. La nuova compagine rappresentava anche la prima occasione di partecipazione alla vita politica del paese per le masse cattoliche, fino a quel momento gravate dal “non expedit” pontificio, frutto dei traumi succeduti al processo unitario risorgimentale e alla “questione romana”. Un partito che si caratterizzava per una forte tensione etica e civile, per l’attenzione ai problemi reali del popolo, alle attese di una pace secondo giustizia e alla necessità di profonde trasformazioni delle istituzioni. Sul piano organizzativo, il PPI trovò la sua base e la sua dirigenza nella fitta rete dell’associazionismo cattolico, dei sindacati, delle cooperative, che ne evidenziarono la natura popolare, l’interclassismo e la modernità rispetto alle èlite dell’epoca liberale. La stagione del partito popolare, che vide Alcide Degasperi tra i suoi protagonisti di primo piano, fu intensa ma breve. Non resse all’avanzata del fascismo e all’annullamento della democrazia in Italia. Così come non ottenne un adeguato appoggio dai vertici della Chiesa, maggiormente interessati a risolvere il dissidio con lo Stato italiano che sarebbe stato coronato con i Patti lateranensi del ’29. Sturzo dovette prendere la via dell’esilio, assieme a tanti esponenti del partito, che vennero emarginati dalla vita pubblica e – spesso – perseguitati dal regime.

A un secolo da quell’appello, senza cedere a improbabili attualizzazioni e a nostalgie per presunte “età dell’oro”, come recuperare il senso del popolarismo sturziano? Come ha ricordato Bruno Forte, il ritorno a “riconoscere nel bene comune il principio di orientamento fondamentale dell’agire politico” e il rifiuto di “logiche prigioniere di particolarismi e incapaci di alzare lo sguardo all’orizzonte più ampio ed esigente”, che rendono impossibile individuare mete condivise e che inducono alla tentazione della protesta sterile, del disimpegno e del qualunquismo. Un antidoto contro i populismi di varia matrice che oggi imperversano in ogni spazio del pubblico confronto, fino alle aule parlamentari. Quindi, “liberi” nella coscienza, necessaria a mettesi in gioco oltre il calcolo personale, e “forti” nella fedeltà alle proprie scelte e di fronte a ogni ostacolo.

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