anno 94 - n° 05 - Il fisioterapista nelle mani di Dio
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Il libro-denuncia di Cristina Cattaneo, anatomopatologa che cerca di identificare i cadaveri non identificati, dare un nome a persone morte senza nome.

Migranti, 30 mila morti nel Mediterraneo: il libro-denuncia di Cristina Cattaneo

Negli ultimi anni si calcola che circa 30 mila persone hanno perso la vita nel mar Mediterraneo. Cristina Cattaneo, anatomopatologa, cerca di identificare i cadaveri non identificati, dare un nome a persone morte senza nome.

Parole chiave: libri (1750), migrazioni (974), Mediterraneo (51), migranti (468)

Anatomopatologa, cerca di identificare i cadaveri senza nome. Ne ha tratto il libro Naufraghi senza volto

Naufraghi nel Mediterraneo. Foto Sir.

Naufraghi nel Mediterraneo. Foto Sir.

Negli ultimi anni si calcola che circa 30 mila persone hanno perso la vita nel mar Mediterraneo che da mare nostrum che era, oggi è certamente invece un mare monstrum. Cristina Cattaneo è una dottoressa che di mestiere fa l’anatomopatologo. E’ docente ordinaria di Medicina Legale all’Università di Milano, ha 54 anni e negli ultimi tempi le è toccato fare cose che non pensava avrebbe mai svolto. Cercare di identificare i cadaveri non identificati, dare un nome a persone morte senza nome.

Nel 1995 è stato creato Labanof, Laboratorio di antropologia e odontologia forense, che ha proprio l’intento di far conoscere i morti senza nome. Dalla sua esperienza professionale Cristina Cattaneo ha tratto spunto per scrivere un libro, Naufraghi senza volto, (Raffaello Cortina Editore, pp. 198, 14 euro) le cui pagine – dense di umanità - si addentrano nel vasto mondo delle migrazioni, fenomeno destinato a non arrestarsi di certo finché perdurano carestie ed abissali ingiustizie che generano fughe ed esodi alla ricerca di una vita migliore.

Vengono per così dire analizzati tre naufragi: quelli del 3 e 11 ottobre 2013 dove morirono, al largo di Lampedusa, 366 persone; e quello del 18 aprile 2015 in cui trovarono la morte circa mille persone. Cristina Cattaneo costruisce buona parte del suo libro attorno a quel “circa”, per dire di un’approssimazione che riserviamo ad esseri umani di “serie z” mentre si è precisissimi nell’elencazione di successi effimeri e inconsistenti di tante cose che non valgono niente.

“Cercare di identificare un corpo –scrive l’autrice- significa entrare nella sua intimità”. E paradossalmente ciò che identifica una persona –ancor più che i volti, spesso irriconoscibili perché decomposti e ridotti in poltiglia- sono gli oggetti che quella persona portava addosso con sé. “Ogni morto porta con sé la propria storia, cose semplici che sono un simbolico della sua soggettività e mostrano la sua vita, la sua storia, gli ultimi gesti prima di partire o morire.” Così, ad esempio, nel portafoglio di un ragazzo del Gambia è stato trovato un passaporto, la tessera di una biblioteca, la carta dello studente e un certificato di donatore del sangue. Un adolescente del Mali aveva con sé una pagella di scuola e forse l’aveva portata con sé per mostrare i suoi successi scolastici con l’aspettativa personale di potersi iscrivere a qualche corso di studi in Europa. Ciò che colpisce ancora di più la dottoressa Cattaneo “è un fagottino ricavato da una maglietta all’altezza dell’ombelico. L’aveva addosso un ragazzo eritreo di circa vent’anni e conteneva terra. Aveva portato con sé, come fanno molti suoi connazionali, un po’ di terra del suo paese”. Naturalmente tutte queste ricerche sono costose, richiedono investimenti e cautela. Quando venne deciso di procedere all’identificazione dei morti istituendo l’Ufficio del commissario straordinario del governo per le persone scomparse (in base alla legge n. 278 del 2012), Cristina Cattaneo si è trovata di fronte a molte obiezioni che le venivano poste: “Ma a chi vuoi che importi cercare queste persone? Buttate una corona di fiori in mare e buonanotte!”. Lei risponde così: “E se la persona scomparsa fosse vostra figlia? Non c’è niente di peggio per un genitore non sapere se il proprio figlio scomparso è morto o no”. Identificare i morti non è un “lusso”. “Dare un nome ai morti è una spesa che serve per un investimento culturale e civico”. In certi casi è un argine per la salute mentale di chi è rimasto, evita depressione e alcolismo.

Il libro di Cristina Cattaneo è anche un inno di gioia e inneggia al coraggio e allo spirito di solidarietà di chi non si risparmia per salvare le vite in mare. La Marina Militare, sempre in prima linea; la generosità infinita delle donne; i Vigili del Fuoco, spesso giovanissimi. Persone che “hanno superato con uno slancio commovente la ripugnanza di estrarre per la prima volta corpi in disfacimento, l’odore della decomposizione, ossa sparse ovunque”. “Ognuno di noi ha 206 ossa. Di un bambino abbiamo trovato solo un dente da latte, poi ci sono 325 crani recuperati in posizioni diverse rispetto ai corpi…”. Potrebbe sembrare un macabro elenco asettico, un incolore resoconto burocratico mentre in realtà è un insieme di umanissimi gesti intrisi di pudore e pietà. La pietà che caratterizza tutti noi come esseri umani.

Migranti, 30 mila morti nel Mediterraneo: il libro-denuncia di Cristina Cattaneo
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