anno 94 - n° 14 - Una firma, un dono
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La testimonianza di Patrick, volontario tra i profughi

“Noi Libanesi sappiamo anche accogliere”

L'atteggiamento generalizzato dei Libanesi nei confronti dei profughi siriani sul loro territorio è spesso di aperta ostilità (le vessazioni e le umiliazioni sono quotidiane). Fa eccezione la storia di Patrick Sfeir, 34 anni, libanese di Beirut, volontario nel nord dell'Akkar.

Parole chiave: migrazioni (995), corridoio umanitario (14), Libano (34), profughi (198), Siria (137)
Beirut (Libano) - Patrick Sfeir, volontario nei campi profughi, saluta all'aeroporto di Beirut la famiglia Mbarak in partenza per l'Italia. - 27/03/...

Beirut (Libano) - Patrick Sfeir, volontario nei campi profughi, saluta all'aeroporto di Beirut la famiglia Mbarak in partenza per l'Italia. - 27/03/2019 -

Beirut, aeroporto Taric Hariri, 27 marzo - L'atteggiamento generalizzato dei Libanesi nei confronti dei profughi siriani sul loro territorio – oltre 900 mila secondo le cifre ufficiali dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, quasi 1 milione e mezzo considerando quelli non registrati – è di indifferenza, ma più spesso di aperta ostilità (le vessazioni e le umiliazioni sono quotidiane). Fa eccezione la storia di Patrick Sfeir, 34 anni, libanese di Beirut. Dopo gli studi all'Academie Libanaise des Beaux-Arts, la sua passione per il disegno l'ha portato dapprima, giovanissimo, in Ucraina e poi, per lavoro, come illustratore e animatore fino a Seul, in Corea del Sud. Poi il ritorno a Beirut e l'incontro con il dramma dei profughi siriani, le cui sorti si è preso a cuore con una piccola associazione. “Svolgo volontariato da due anni e mezzo nella regione dell'Akkar nel nord del Libano con le famiglie dei rifugiati. Per me è stata una scelta naturale, nella mia infanzia ho sofferto la mancanza di qualcuno che si prendesse cura di me (sono rimasto orfano)”. In Libano la presenza dei profughi siriani è a stento tollerata. Chiediamo a Patrick se la sua attività possa contribuire a cambiare questa percezione. “I bambini siriani pensano che in generale i Libanesi non siano persone buone, ma io faccio capire loro che non si tratta di Libanesi o Siriani, ma dell'essere persone in quanto tali: c'è chi non accetta gli altri, ma dipende da persona a persona. Dico loro: io sono Libanese, e loro mi dicono: sì, tu sei una brava persona... Credo che dipenda dalla storia del nostro Paese, che ha subito in un passato recente l'invasione siriana e la guerra. Ma credo che se ci si conosce personalmente, se ci si incontra viso a viso e ci si impara a conoscere come persone con un nome tutto cambia”.

Patrick ha ospitato a Beirut la famiglia Mbarak, originaria di Idlib e da tre anni profuga a Tel Abbas, nella sua ultima notte in Libano, prima della loro partenza per l'Italia e per il Trentino che li accoglie. E' un'amicizia che Patrick continuerà a coltivare. “Li considero la mia famiglia e spero di essere a Trento il mese prossimo. Desidero che questi bambini possano frequentare una buona scuola, considero l'istruzione davvero importante. Ma devo anche riconoscere che ci siamo aiutati a vicenda, ho imparato un sacco da loro, davvero. A Beirut viviamo una vita frenetica, piena di preoccupazioni, loro vivono tutto con semplicità. Amo il loro modo di mangiare tutti insieme seduti sul pavimento. Credo che portino con loro valori importanti anche per la vostra Europa”.

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