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Il cambiamento passa anche tramite immagini e modi di dire: l'attribuzione di genere, in Italia, è arbitraria

Media, donne e sport: “Il nostro manifesto contro ogni disparità di genere”

È stato presentato a Trento, nei giorni scorsi, il manifesto “Media, Donne e Sport” contro ogni disparità di genere, a partire dal linguaggio dei mezzi di comunicazione. Sono passati 46 anni da quando a Houston, in Texas, la tennista Billie Jean King sconfisse per tre set a zero il trionfatore di Wimbledon e degli US Open, Bobby Riggs. “La Battaglia dei Sessi” però, nello sport, si sta

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È stato presentato a Trento, nei giorni scorsi, il manifesto “Media, Donne e Sport” contro ogni disparità di genere, a partire dal linguaggio dei mezzi di comunicazione

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Sono passati 46 anni da quando a Houston, in Texas, la tennista Billie Jean King sconfisse per tre set a zero il trionfatore di Wimbledon e degli US Open, Bobby Riggs. “La Battaglia dei Sessi” però, nello sport, si sta ancora combattendo.

Ed è proprio prendendo spunto dall'adattamento cinematografico della celebre partita del 1973 che, lo scorso 27 settembre, al Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, la giornalista freelance e scrittrice Mara Cinquepalmi ha introdotto l'evento formativo, organizzato dall'ODG e moderato da Sandra Bortolin, “Media, donne e sport. Riflessioni per un'informazione corretta e senza pregiudizi nel rispetto di regole deontologiche e grammaticali”.

Il cambiamento passa anche tramite immagini e modi di dire

“Prima di King, a rompere gli schemi era stata la velista svizzera Hélène de Pourtalès, vincitrice di una gara mista ai Giochi Olimpici di Parigi 1900. Non fu l'unica. Ciononostante, nel '78, la saltatrice Sara Simeoni, dopo aver stabilito a Brescia il nuovo primato mondiale, si sentì dire dai giornalisti, accorsi in massa a Venezia per le gare maschili: 'Dovevi dircelo che facevi il record del mondo!'. Il clima non era cambiato”, ha sottolineato Cinquepalmi, che si occupa di “data journalism” (ad esempio, “I numeri dello sport 2017” del CONI, impietosi nel rapporto atlete-tesserati) e comunicazione di genere. “Ma il cambiamento passa anche tramite immagini e modi di dire ed attraverso il linguaggio. Le parole definiscono il pensiero”.

Da qui l'esigenza del manifesto “Media, Donne e Sport: idee guida per una diversa informazione”, realizzato dall'associazione GIULIA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), della quale Cinquepalmi è segretaria, e dall'UISP, con il patrocinio e l'adesione di numerosi partner, tra cui l'Associazione Italiana Calciatori. Il documento non è una carta deontologica, ma un invito ai giornalisti ad andare oltre cliché e pregiudizi.

L'attribuzione di genere, in Italia, è arbitraria

“Veniamo percepite e percepiti attraverso una denominazione, un nome o un'etichetta che ci attribuisce caratteristiche, lavoro e potere. Se però l'etichetta è al maschile, non può rappresentare una donna”, ha spiegato Stefania Cavagnoli, docente di Linguistica applicata e Glottodidattica all'Università di Roma “Tor Vergata”, nonché consulente scientifica di scuole altoatesine per i percorsi CLIL (Content and Language Integrated Learning). “L'attribuzione di genere, in Italia, è arbitraria. C'è una visione del mondo che considera uomini e donne in modo differenziato dal punto di vista della rappresentatività. Tale differenza si realizza nell'asimmetria linguistica”. Cambiare, tuttavia, è possibile. Le resistenze ai cambiamenti sono normali.

Non è una questione di volere, ma di grammatica

“La lingua determina la realtà, la quale dovrebbe modificare la lingua. La stampa è determinante per modificarne l'uso, adeguando la rappresentazione alla realtà. Un uso adeguato della lingua può modificare i rapporti di potere”, ha aggiunto Cavagnoli, già a Trento, qualche mese fa, per l'incontro “Donne e sport: educazione, pregiudizi e stereotipi” allestito dal nostro Ateneo. “Rappresentare le donne è necessario. Non è una questione di volere, ma una questione di grammatica e di potere. Giornaliste e giornalisti hanno una grande responsabilità per il cambiamento, come sottolineato nel 1987, a Strasburgo, da una risoluzione del Parlamento europeo”.

Dell'importanza di cambiare per costruire un'Italia a dimensione di donna ha parlato anche l'ex calciatrice (pure dell'ACF Trento, nella stagione 2007/'08) Katia Serra, opinionista-voce tecnica di Sky e responsabile dell'AIAC per il calcio femminile.

Non si riconoscono fatica, rinunce e sacrifici

“Ho iniziato a giocare nel 1986 ed è stato un percorso che ha lasciato cicatrici. All'epoca, una donna che giocava a pallone era vista come una con disturbi psicologici e mentali. In altre parole una donna irrisolta, un soggetto femminile disturbato, traslato a cascata in tutte le situazioni”, ha ricordato l'ex centrocampista, scudettata con il Modena nel '97/'98. “Andando avanti, le cose non cambiarono molto, visto che, ai tempi della Lazio, nel 2002/'03, soffermandosi sull'aspetto fisico, mi proposero un calendario, che rifiutai di fare. Non si riconoscevano insomma fatica, rinunce e sacrifici dietro risultati sportivi importanti”.

Alle bambine che giocano a calcio regalano ancora oggi una maglia della Nazionale rosa, anziché azzurra.

“La sensibilità è molto diversa anche tra le giocatrici. A qualcuna, ad esempio, non fa piacere essere chiamata portiera o difensora. Ma, come dico sempre anche a Sara Gama della Juventus Women, che si fa chiamare indifferentemente capitano o capitana, bisogna declinare al femminile pure quei termini che inizialmente lasciano spiazzati”, ha affermato Serra in chiusura dell'evento. “Io, nella tesi del 2014 a Coverciano, mi sono definita direttora sportiva. Sebbene, per me, le battaglie non debbano essere di genere, ma di merito, so che in Italia spesso il merito non paga. E che quello che non si nomina non esiste”.

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