anno 94 - n° 44 - In alto gli occhi
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I preti trentini alle prese con il fenomeno migratorio, tra narrazioni interessate e comunità che si interrogano

Sfidati dallo straniero

Il clero trentino – una sessantina i preti presenti – ha affrontato in Seminario a Trento, martedì 12 novembre, una delle questioni che oggi forse più dividono in Italia: il fenomeno migratorio con le sfide, ma anche le opportunità dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti. A partire dalle provocazioni di padre Camillo Ripamonti, gesuita, da cinque anni presidente del Centro Astalli.

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Accoglienza dei migranti in una parrocchia del Trentino. Foto Paola Malcotti

Accoglienza dei migranti in una parrocchia del Trentino. Foto Paola Malcotti

C'è il prete che, riprendendo le obiezioni che gli muovono i suoi parrocchiani, si chiede come affrontare la questione del rapporto tra criminalità e rifugiati e se sia poi così giusto o opportuno supplire, nell'accoglienza delle persone migranti, a compiti che forse sarebbero propri dello Stato o dell'amministrazione pubblica. Quello che riferisce di una bella esperienza di incontro nella sua comunità, facilitata dagli operatori del Centro Astalli di Trento, la realtà che accompagna i richiedenti asilo e i rifugiati ospiti in Trentino. Un altro invita a “tenere alto il livello di indignazione” di fronte a una deriva preoccupante che rischia di soffocare la mentalità tradizionalmente accogliente della nostra terra. Un altro ancora ricorda che, come uomini di Chiesa, è necessario anche “sposare la concretezza dei problemi della gente”. Non si è tirato indietro, il clero trentino – una sessantina i preti presenti -, nell'affrontare in Seminario a Trento, martedì 12 novembre mattina, una delle questioni che oggi forse più dividono in Italia: il fenomeno migratorio con le sfide, ma anche le opportunità dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti. Fenomeno complesso, dal carattere strutturale, ma, lo dicono i numeri, sovrastimato rispetto alla reale incidenza. Lo ha ricordato padre Camillo Ripamonti, gesuita, da cinque anni presidente del Centro Astalli, braccio operativo in Italia del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS, introdotto dal vicario episcopale per il clero, don Ferruccio Furlan.

“In Italia nel 2018 gli stranieri sono 5 milioni e 200 mila, pari all'8,8 per cento, una percentuale mediamente più bassa rispetto agli altri Paesi europei. L'aumento rispetto all'anno precedente è stato del 2,2 per cento, principalmente grazie ai nuovi nati (66 mila). Le politiche restrittive – i cosiddetti “porti chiusi” - e gli accordi con altri Paesi, come la Libia e la Turchia hanno ridotto gli sbarchi, nel 2019, del 90 per cento rispetto al 2017 e del 50 per cento rispetto al 2018. Davvero non si può parlare di invasione”, ha detto preliminarmente padre Ripamonti, osservando come sia difficile parlare di migrazioni con sufficiente serenità. Così come non è vero che la maggior parte delle persone che arrivano in Italia siano di religione musulmana: la maggior parte sono cristiani. Questa presenza straniera è una sfida principalmente culturale, ha osservato, richiede una cambiamento di mentalità, esige che passiamo “da una società autocentrata (il 'prima noi') ed europocentrica a una visione più globale”. Perché il fenomeno migratorio è globale, lo hanno riconosciuto i 160 Paesi che a Marrakesh hanno firmato il Global Compact sulle migrazioni (10-11 dicembre 2018). “Ma l'Italia non ha firmato”. La sfida, che riguarda anche la Chiesa e i suoi preti, è di accompagnare i nostri territori in questo cambiamento culturale.

Ma la presenza dei migranti è anche un'opportunità. “Ci ricordano una parte del nostro passato, che è facile dimenticare, come la vicenda della senatrice Liliana Segre ci mostra in questi giorni”, ha ammonito padre Ripamonti. I migranti, ci ricorda Papa Francesco, sono emblema dell'esclusione. “Ultimi e penultimi si scontrano su lavoro, casa e salute, questioni dimenticate nell'agenda politica europea”. E allora ben venga se la presenza degli stranieri riporta nell'agenda politica la questione della giustizia sociale, “se ci sveglia dal torpore”. Lo ha detto bene ancora Papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato: non si tratta solo di migranti, l'atteggiamento nei loro confronti è un campanello d'allarme che ci mostra quanto si abbassa “l'asticella della nostra umanità”. Dal riconoscimento dell'umanità dell'altro nasce l'accoglienza (“Lo sguardo mio sull'altro dice la mia umanità, diceva Ratzinger prima di diventare Papa”), che è compito della politica gestire. “Non mi sembra che nelle politiche migratorie ci sia stato un cambio di passo, ma all'attuale ministro dell'Interno (Luciana Lamorgese, ndr) riconosco il merito di non aizzare con continui post, mi pare stia saggiamente facendo raffreddare il termometro, perlomeno sui social”, osserva padre Ripamonti. Ed è bene, dice, perché “la polemica non aiuta”, riferendosi anche esplicitamente a quelli che denuncia come strumentali – e interessati – tentativi di dividere il mondo cattolico. “Vedo il rischio di dividere tra cristiani che accolgono e cristiani che non accolgono, di usare il Vangelo per mettere le comunità cristiane una contro l'altra. Il Vangelo, sull'accoglienza dello straniero, è chiaro: devo chiedermi, come il Samaritano, cosa ne sarà di me se non mi fermo; ma non va usato per dividere”.

Ai pericoli di una deriva che ci fa tutti poco umani ha accennato l'arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, che ha ascoltato seduto tra i suoi preti il ricco intervento di padre Ripamonti. “Quello che sta accadendo è il nostro selfie, dobbiamo accorgerci che siamo nel sonno della ragione, viviamo un inverno demografico. E tra venti o trent'anni saremo cambiati dal dato di realtà”.

Sfidati dallo straniero
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