anno 94 - n° 47 - Greccio insegna
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Veniamo da vicino I racconti di “Una comunità intera” (2)

Il tocco

In queste prime tre domeniche di Avvento, Vita Trentina pubblica tre racconti scritti da Angela Tognolini e illustrati da Lorena Martinello per il progetto “Una Comunità Intera”: un progetto di accoglienza ed inclusione, dove protagonista è la comunità, capace non solo di accogliere, ma anche di accorgersi del desiderio di richiedenti asilo e rifugiati di contribuire al bene comune. E tu che parte potresti avere in questo progetto? Scrivici un messaggio via mail a sostienici@centroastallitrento.it o visita il nostro sito www.centroastallitrento.it.

Parole chiave: racconto (80), Caritas (462), Centro Astalli (17), Atas (28), Villa S. Ignazio (7), Cav Padre Angelo (3), accoglienza (362), richiedenti asilo (109)

In queste prime tre domeniche di Avvento, Vita Trentina pubblica tre racconti scritti da Angela Tognolini e illustrati da Lorena Martinello per “Una Comunità Intera”, il progetto promosso dalla Arcidiocesi di Trento – Fondazione Comunità Solidale, Centro Astalli Trento - Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Cooperativa Villa S.Ignazio, Casa Accoglienza alla Vita “Padre Angelo”, ATAS - Associazione Trentina Accoglienza Stranieri e SOS Villaggio del Fanciullo.

Si tratta di un progetto di accoglienza ed inclusione, dove protagonista è la comunità, capace non solo di accogliere, ma anche di accorgersi del desiderio di richiedenti asilo e rifugiati di contribuire al bene comune.

E tu che parte potresti avere in questo progetto? Scrivici un messaggio via mail a sostienici@centroastallitrento.it o visita il nostro sito www.centroastallitrento.it.

Hanno fatto una gran festa qui, tre giorni fa. Le suore e le ragazze erano contente perché è nata una bambina nuova. Anche io ero contenta. La bambina è sana e grassa, e mangia volentieri. La mamma invece è giovane e sola, e molto lontana da casa. Ha chiamato la figlia Gift, perché è arrivata come un regalo.

L'hanno portata a casa dall'ospedale e siamo andate tutte a vederla e a dire alla mamma quanto eravamo contente e quanto la bimba era sana e grassa, e come mangiava volentieri! Nessuno ha detto che la mamma era giovane e sola. Non era una cosa da dirsi.

Quando ho chiesto di prenderla in braccio, per un attimo mi è tremato il cuore. Poi la testolina dura mi è atterrata sulla mano destra, ho accolto la schiena morbida nella sinistra e quel tremore si è fermato. Si è fermato anche tutto il resto. Il calore mi passava nella mano e dalla mano nel braccio fino al gomito e poi su, fino alla spalla e al petto. Ho aperto le dita per accarezzarla piano, le ho ruotate per farle sentire il tocco. Gift stringeva gli occhi e impastava la lingua nella bocca bagnata alla solita maniera dei neonati.

Intorno le donne parlavano inglese nigeriano e le suore gli sfioravano le spalle per dire quello che non potevano dire con la voce. Le parole che conoscevamo tutte venivano scambiate ancora e ancora "Bene! Molto bene! Brava! Good!". Il tono cambiava per dire cose diverse con quelle quattro parole che erano tutte quelle che avevamo.

Gift intanto pesava sulle mie mani, con quel tocco incantato dei bambini. Mi scaldava la pelle come una pietra lasciata a lungo al sole, avvolta in una coperta. Piegava e allungava una gambetta sulla pancia, mi massaggiava la mano il suo bacino.

È così che ricordo il mio primo figlio. Una pietra calda e morbida posata tra i fianchi. Che ci potevo respirare intorno, che intorno scorreva il mio sangue e in mezzo lui. Quando è nato e lo tenevo in braccio, mi scaldava più del focolare. Allora le cose andavano bene, il paese era in pace e suo padre aveva un lavoro. Quando è nato il mio secondo figlio, era ancora più caldo del primo. Le cose andavano un po' più male, il paese era meno in pace e il lavoro diminuiva. Quando è nata la mia prima femmina, bruciava come una lingua di fiamma. Il paese era in guerra e non c'era più lavoro per suo padre. Il quarto bimbo è nato, ardente come il sole. La guerra c'era ancora ma non c'era più il padre.

I miei quattro bambini mi hanno scaldato quanto potevano, negli anni che sono seguiti. Quando non ho più potuto scaldarli e nutrirli, li ho lasciati a mia madre e sono partita. Sono tra le fortunate, posso sentirli al telefono. Ma loro crescono lontani e il calore è restato un ricordo.

Mi si è avvicinata una delle suore. Ha sorriso e strofinato una mano sul mio braccio.

- Vuoi fare gli auguri a Beauty, Jacqueline?

Io ho sorriso a lei e alla bambina. Poi ho sorriso a Beauty, sua madre. L'italiano comincio a capirlo, è simile al francese, la mia linu. Ma sono l'unica qui a non essere nigeriana e le altre ragazze non mi capiscono. Mi sarebbe piaciuto fare gli auguri a Beauty. Mi sarebbe piaciuto dirle che sua figlia era calda come i miei. Che era fortunata ad averla lì con sé. Che non importava che fosse troppo giovane, troppo sola e troppo lontana da casa. Che quel calore sarebbe bastato per entrambe. Che le auguravo ogni cosa buona e che poteva chiedere aiuto a me quando voleva. Non potevo dirle nessuna di queste cose. Così sono rimasta in silenzio e ho sorriso, ancora una volta.

Angela Tognolini

Il tocco
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