anno 94 - n° 48 - Caccia alle sardine
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Veniamo da vicino I racconti di “Una comunità intera” (3)

La voce

In queste prime tre domeniche di Avvento, Vita Trentina pubblica tre racconti scritti da Angela Tognolini e illustrati da Lorena Martinello per il progetto “Una Comunità Intera”: un progetto di accoglienza ed inclusione, dove protagonista è la comunità, capace non solo di accogliere, ma anche di accorgersi del desiderio di richiedenti asilo e rifugiati di contribuire al bene comune. E tu che parte potresti avere in questo progetto? Scrivici un messaggio via mail a sostienici@centroastallitrento.it o visita il nostro sito www.centroastallitrento.it.

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In queste prime tre domeniche di Avvento, Vita Trentina pubblica tre racconti scritti da Angela Tognolini e illustrati da Lorena Martinello per “Una Comunità Intera”, il progetto promosso dalla Arcidiocesi di Trento – Fondazione Comunità Solidale, Centro Astalli Trento - Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Cooperativa Villa S.Ignazio, Casa Accoglienza alla Vita “Padre Angelo”, ATAS - Associazione Trentina Accoglienza Stranieri e SOS Villaggio del Fanciullo.

Si tratta di un progetto di accoglienza ed inclusione, dove protagonista è la comunità, capace non solo di accogliere, ma anche di accorgersi del desiderio di richiedenti asilo e rifugiati di contribuire al bene comune.

E tu che parte potresti avere in questo progetto? Scrivici un messaggio via mail a sostienici@centroastallitrento.it o visita il nostro sito www.centroastallitrento.it.

Sto ripensando a ieri. Ero seduto su una sedia in Questura. Una voce mi ha chiamato, ha detto Mohammad Jawal, il mio nome. Mi sono alzato, sono andato, mi hanno dato una carta. Dentro c’era scritto che avevo ricevuto i documenti. Mi hanno detto altre cose ma io non le ho sentite. Anche se ormai capisco l’italiano, non le ho capite. Sentivo soltanto una voce che ripeteva il mio nome, Mohammad Jawal, cinque anni di protezione, il permesso di soggiorno in Italia.

Un permesso di soggiorno perché indietro non posso tornare. I miei genitori sono fuggiti in Bangladesh dalla nostra casa in Myanmar perché parliamo un’altra lingua e preghiamo un altro dio, e lì non ci vogliono. Non ci vogliono così tanto che a volte ci uccidono. In Bangladesh vivevamo in un campo profughi perché, anche se abbiamo la stessa lingua e lo stesso dio, non siamo nati lì e non ci accettano. Non ci accettano così tanto che non possiamo lavorare, né studiare, né curarci.

Il Bangladesh non è un buon paese per i profughi. La gente è troppa, è povera e la terra scompare poco a poco sotto l’acqua del fiume che cresce ogni giorno. L’Italia, invece, è un buon paese. Non ci sono inondazioni, né carestie, se sei malato puoi andare in ospedale. É un paese in cui a volte ti danno i documenti.

Io non ce l’avevo mai avuto un documento, fino ad ora. Né in Myanmar, né in Bangladesh, né lungo la strada che ho fatto per venire fin qui. Con questo documento nella tasca, ora posso camminare per strada guardando negli occhi la gente, perfino la polizia. Posso firmare un contratto di lavoro. Con questo documento io mi addormento la sera sapendo che, se sono forte e fortunato, potrò vivere come tutti gli altri. Abitare in una casa come tutti gli altri. Alzarmi al mattino, andare a letto la sera. E nessuno potrà mai più cacciarmi via.

Ripenso a ieri, a quando mi ha chiamato quella voce. C’era un suono diverso, in quella voce? O me lo sono solo immaginato? Era l’ultima volta che quella voce diceva Jawal, l’uomo che non ha nessun posto. Poi mi hanno dato i documenti e hanno detto Jawal, l’uomo che ha un posto in cui stare.

Non significa che tutto sia apposto. Devo trovare un lavoro, una casa, il progetto sta per finire, presto sarò da solo. In Bangladesh, nel campo profughi, non eri mai da solo. Non c’era abbastanza posto per esserlo. Certo, se avevi dei guai, potevi sempre chiamare qualcuno. I guai erano così grossi, però, che tutta la gente del mondo non poteva aiutare a risolverli. Quando sono partito, sulla strada ho capito che era meglio essere solo. E, se avevi dei guai, era meglio non dirlo a nessuno. Sulla strada, invece di aiutarti, la gente stava a guardare dove i tuoi guai ti portavano e ti rubava tutto quello che avevi, mentre eri impegnato a risolverli. In Italia ho scoperto che ci sono guai che si possono risolvere e guai che non si possono risolvere. Quando si possono risolvere, a volte qualcuno ti aiuta.

Ma adesso, quando penso a ieri e a quella voce, i miei futuri guai non mi fanno più paura. Sono molto diversi da quelli che avevo prima. Prima erano mari profondi, montagne alte. Ci voleva tutta la forza del mondo per superarli. Adesso che quella voce ha chiamato, ha detto Jawal l’uomo con i documenti, ha cambiato anche i miei guai, oltre a me. I nuovi guai non sono più crepacci e oceani, sono i gradini di una lunga scala. Quel genere di scala che con la tua forza di uomo, se prendi un paio di respiri e ti fermi qualche minuto a riposare, ci riesci senza dubbio ad arrivare in cima.

Adesso si tratta solo di salire. Piano piano, gradino per gradino, giorno per giorno. Arriva un problema e si risolve. Quella voce ha chiamato, ha detto il mio nome e il mio stato. Ha detto che sono stato accettato. I guai veri mi sembrano finiti. Sono forte, giovane e imparo in fretta. Ho due mani, un nome, una voce e una carta in tasca. Una carta che dice che ho diritto di restare. Che ho diritto di stare. Ora Mohammad Jawal ce la farà. Ora Mohammad Jawal esiste.

Angela Tognolini

La voce
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