anno 95 - n° 07 - Solitudine canaglia
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Anche la Chiesa è lacerata e attraversata dalla solitudine

Gli anticorpi alla solitudine: il confronto tra l'arcivescovo Lauro e il medico Cembrani sulla "malattia" invisibile

L'inedito dibattito promosso al Vigilianum da diocesi e Azienda Sanitaria lancia l'allarme e indica azioni concrete: dal recupero del silenzio alla cura delle relazioni

Parole chiave: Solitudine (48)
Solitudine, "malattia" invisibile: dal vivace dibattito al Vigilianum gli spunti delle esperienze di vita

Solitudine, "malattia" invisibile: dal vivace dibattito al Vigilianum gli spunti delle esperienze di vita

"Il nostro mondo è malato di solitudine, per questo ha bisogno di iniziative che permettano di affrontare insieme ad altri ciò che la vita impone. La nostra vera ricchezza sono le relazioni e non i beni materiali". Così Papa Francesco nel discorso della scorsa primavera ai membri della Confederazione delle Cooperative italiane, ricevuti in occasione del 100° anniversario di fondazione. Di quella che è una vera emergenza epocale e un problema di sanità pubblica hanno parlato l'arcivescovo Lauro Tisi e il dottor Fabio Cembrani, direttore dell'U.O. di Medicina legale dell'Azienda provinciale per i Servizi sanitari di Trento, nell'incontro promosso da Diocesi e Azienda sanitaria dedicato a "Nemica solitudine" giovedì 6 febbraio al Polo culturale Vigilianum di via Endrici, 14, a Trento, moderato dal direttore di Vita Trentina Diego Andreatta in un’aula magna gremita. Intesa positivamente, ha chiarito Cembrani, la solitudine è un momento di respiro dalle voci e dai conflitti della vita quotidiana, ma quello che desta allarme è quando si manifesta come "uno stato emozionale negativo che si sperimenta quando c'è un saldo negativo tra le relazioni che si desidererebbe avere e quelle che si hanno", con conseguenze negative per la salute, accertate da vari studi scientifici, tali da provocare malattia e morte.

La riflessione a due voci ha inquadrato il fenomeno nella sua dimensione antropologico-esistenziale e medica, con l'obiettivo di portare alla luce il problema, e l'incontro è stato punto di partenza di un nuovo percorso. L'intenzione annunciata dal Vescovo è infatti di avviare iniziative-pilota per raccogliere informazioni, anche attraverso le Assemblee pastorali autunnali, e capire quali sono i comportamenti che mortificano il "noi" e quelli che rendono una comunità sanante.

Il dibattito dello scorso 6 febbraio, moderato dal direttore Andreatta, ha visto protagonisti il medico Cembrani e il vescovo Tisi - foto Panato

Il dibattito dello scorso 6 febbraio, moderato dal direttore Andreatta, ha visto protagonisti il medico Cembrani e il vescovo Tisi - foto Panato

Anche la Chiesa è lacerata e attraversata dalla solitudine e per arginarla bisogna riscoprire la struttura umana: "Non è bene che l'uomo sia solo, leggiamo nella Genesi - ha esordito mons. Tisi -, ma la nostra natura relazionale è negata da una società occidentale dominata dall'astrazione, che non ha i piedi nel reale: l'uomo si pensa autosufficiente, invincibile e immortale, un io assoluto, ma ciò contraddice il suo essere abitato dal desiderio di incontro con l'altro. Non è una questione etica, ma esistenziale e culturale che riporta alla domanda "chi è l'uomo?", rispetto alla quale ascoltiamo un sordo silenzio". Primo punto sul quale confrontarsi riguarda allora il percepirsi persona, io in relazione che dialoga, o individuo aggrovigliato su se stesso, Narciso, e il ripartire dai fondamenti culturali e antropologici: "Nessuno impara a parlare da solo - ha proseguito don Lauro -, ci viene insegnato e la parola è appunto figlia di un incontro, esiste come strumento per innescare a tua volta il dialogo con l'altro. Anche la struttura biologica e sessuale dicono che tutto dell'umano è fatto per incontrare perciò, scegliendo di voler essere senza gli altri, l'io si condanna a morte".

Quali azioni concrete mettere allora in campo per contrastare l'epidemia della solitudine? Riappropriarsi dell'umano passa dal riscoprire il silenzio che "non è virtù religiosa, ma zona di tregua in cui l'uomo si pone davanti a se stesso per ascoltare la sua profondità e le sue emozioni, dalla lentezza, dal frequentare il punto di vista dell'altro e dall'ospitare le sue ferite senza giudicarlo". La solitudine nasce perché la fedeltà alla concretezza dell'umano è stata sostituita da quella al mercato, al quale servono solo consumatori, non persone dialoganti, e occorre dunque "un sussulto di sana umanità", evocato dal dottor Cembrani nel ribadire che si tratta di riscoprire "il senso dell'altro, l'impegno pubblico, la solidarietà e la responsabilità intra ed inter-generazionale".         

Gli anticorpi alla solitudine: il confronto tra l'arcivescovo Lauro e il medico Cembrani sulla "malattia" invisibile
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