corridoio umanitario

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Il viaggio della famiglia Mbarak dal Libano all’Italia non è diverso da quello delle altre famiglie siriane accolte grazie ai corridoi umanitari, che lo stesso Papa Francesco ha riconosciuto essere una felice intuizione. Anche in questa occasione, la regia dell’operazione è nelle mani della Comunità di Sant’Egidio.

La comunità internazionale si adoperi concretamente “per fare di Aleppo una Zona di Sicurezza” facendo cessare i bombardamenti aerei: dalla Custodia di Terra Santa alla società civile trentina, si moltiplicano gli appelli per giungere alla pace in Siria, dopo cinque anni di guerra.

L'individuazione di canali umanitari per mettere al sicuro che scappa dalle guerre si ripropone con urgenza di fronte al rinnovarsi delle tragedie nel Mediterraneo. Una risposta è data dai corridoio umanitari. Li racconta la mostra allestita a palazzo Thun a Trento nei giorni del Festival dell'economia. Paolo Naso, artefice di “Mediterranean Hope”, il progetto pilota promosso dalle Chiese evangeliche in Italia, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Tavola valdese, spiega i fondamenti giuridici della proposta e la rilancia come risposta efficace, umana, morale alla crisi migratoria.

Il 29 febbraio 2016, 93 profughi siriani, 24 famiglie in tutto, sono partiti da Beirut e sono atterrati a Roma grazie al primo corridoio umanitario aperto dall’Italia. Sette di quelle famiglie siriane sono state accolte in Trentino. Il loro viaggio è ora ripercorso in una mostra a Palazzo Thun a Trento.

La mostra “Al Hamdulillah. Dalla Siria al Trentino” racconta con le fotografie di Alessio Romenzi, Augusto Goio, e Mattia Civico la vita delle persone in Siria e in Libano e il loro viaggio fino in Italia attraverso il corridoio umanitario.