“Nonno di una grande famiglia”

«Un tempo il problema era la fame, oggi la maggior parte del disagio deriva dalle separazioni, inutile dire di no».

«Dobbiamo difendere la famiglia dalle correnti di pensiero ideologico»

«Sono nato e morirò democristiano. Oggi mancano umiltà e leadership»

«Sa fénte?». Il pungolo interrogativo, nella concretezza rigorosamente trentina, ricorre nella vita di Paolo Cavagnoli. Ma non certo specchio d'indecisione. Semmai il contrario: segnale che c'è da rimboccarsi le maniche. «Nel 1976 ce lo chiedemmo insieme al geometra Umberto Fumai che aveva un fratello poliomelitico grave e voleva fare qualcosa. Gli dissi: dobbiamo essere bravi a leggere la realtà sociale».

E i vostri indicatori cosa dicevano?

Che avevamo vissuto la contestazione e il pesante calo delle vocazioni. In Trentino c'erano quaranta istituti religiosi in difficoltà con quattromila ragazzi ospiti. La verità è che non si sapeva più dove mettere i ragazzi con problemi. Io all'ora ero responsabile dell'assistenza sociale in Provincia. Di qui l'idea: fondiamo un'associazione noi e la gestiamo con un gruppo di volontari. Inizialmente il nome era associazione per i problemi dei minori. Poi abbiamo tolto “problemi” visto che tutti i minori ne hanno.

La prima struttura?

L'assorbimento del “focolare” di Canova di Gardolo un esperimento alternativo alle case di rieducazione che il Ministero di Grazia e Giustizia stava chiudendo. Siamo partiti con i primi quattro-cinque ragazzi. Non di più, altrimenti diventava una caserma. Ho sempre insistito per avere piccoli gruppi famiglia, ne avevo già fatto esperienza.

Dove?

A diciott'anni per guadagnare qualcosa andavo a fare l'assistente in estate alla Piccola Opera di Levico, una casa di rieducazione. Lì con don Giulio Ziglio abbiamo accolto i primi ragazzi, i famosi “sciuscià” di Trento che la Questura raccoglieva sulle strade nel dopoguerra.

La Piccola Opera quanto segnerà l'APPM?

Era la pietra miliare. I ragazzi, anche con procedimenti pensali penati a carico, vivevano in stanzoni da venti. Una notte con alcuni valsuganotti non delinquenti ma poveri abbiamo deciso di fare famiglia, pur di evitare la vita del camerone. Abbiamo ricavato un primo appartamento e abbiamo dato al gruppo il numero 3, costringendo gli altri a mettere anche l'1 e il 2. Alla fine i gruppi erano undici. Da questa esperienza in fondo nascono i gruppi famiglia dell'APPM.

Oggi che numeri avete?

184 ragazzi residenziali, divisi in gruppi famiglia in undici realtà abitative, la maggior parte di Itea. Vi ospitiamo ragazzi che il Tribunale dei minorenni o i servizi sociali ci affidano. Abbiamo 150 operatori.

Il disagio più frequente, se possibile ”isolarlo”?

Un tempo era la fame, oggi la situazione generale delle famiglie. La maggior parte del disagio è data dal fatto delle separazioni, inutile dire di no. Non ho mai trovato un ragazzo che non abbia ammesso problemi derivanti dalla separazione dei genitori. Un bambino ha bisogno di punti di riferimento genitoriali validi e se non ci sono vanno garantiti.

La percentuale di chi ce l'ha fatta?

C'è un angelo custode che è grande come una casa! In quarant'anni vivendo con ragazzi difficili non abbiamo quasi mai avuto problemi. Il 98% si sistema bene. Noi puntiamo sull'equilibrio della persona, la gestione dell'emotività, la preparazione scolastica e professionale. Da noi escono con un pezzo di carta in mano.

Quando parla di famiglia a quale modello si riferisce?

Mah, io sono alla vecchia. Non credo che l'uomo sia così evoluto come qualcuno crede. Gli affetti, lo zoccolo duro sul quale uno pone le radici, sta nella famiglia. Dobbiamo difenderla dalle correnti di pensiero ideologico che personalmente non condivido.

Ha letto Amoris Laetitia di Papa Francesco?

Finalmente, mi sono detto. Anche la Chiesa ha delle responsabilità sulla questione sesso e peccato. Mi pare che spiani la strada per rendere meno problematico il rapporto uomo-donna. E per ribadire che ogni situazione è particolare.

Quanto pesa in APPM il capitolo stranieri?

Dal 2000 ad oggi, molto. Attualmente gestiamo dieci minori nel progetto Sprar. Ma non come gruppo famiglia, anche perché questi ragazzi hanno una cultura della famiglia ben diversa.

Parliamo del Cavagnoli politico, eletto in Consiglio comunale a Trento e poi vicepresidente del Comprensorio C5. Vero che rifiutò la proposta di diventare sindaco di Trento?

Vero, perché credevo molto nel Comprensorio, anche perché avendo fatto il segretario organizzativo della DC conoscevo bene il territorio. Con l'allora assessore Bruno Fronza, un “calcagiara”, ci sembrava che non avessero senso Comuni troppo piccoli.

La pagina scolpita da capogruppo della DC in aula?

Il 14 luglio del 1978, su dichiarazione del medico comunale Del Dot, decidemmo con coraggio di chiudere la Sloi. Voltavo la schiena agli operai, che ovviamente non volevano. Furono momenti di grande tensione.

Rimpiange i tempi della “balena bianca”?

Sì! Sono nato e morirò democristiano perché non trovo alternative. Abbiamo tutti la colpa di aver fatto sciogliere i partiti.

Nostalgia della Dc ricettacolo cattolico o della struttura di potere?

Della capacità di essere amici, magari avversari ma comunque coesi. Quando c'erano le battaglie tra Kessler e Piccoli sapevamo di avere davanti dei veri punti di riferimento. Quanto agli scandali: c'erano allora e ci saranno sempre.

Oggi come la osserva la politica?

Dico solo che servirebbe un po' più di umiltà. Sono tutti convinti di essere depositari della verità. C'è carenza umana e di leadership.

Quanto alle prospettive politiche del suo settore, si parla del “welfare” da rifare. D'accordo?

Dobbiamo avere coraggio di fare un passo indietro. Ma anche sulla politica delle cooperazione bisogna fare dei ragionamenti. Anche perché abbiamo il Veneto che arriva con prezzi stracciati…

Il Cavagnoli giornalista: anche qui tutto parte da Levico?

Da lì facevo il corrispondente per l'Alto Adige. Rilanciai le vendite del giornale. Nel 1980 divenni direttore di Rttr: esperienza eccezionale grazie al cavalier Demarchi. Al primo TG imposi la cravatta. Ma dovetti sfilarmi la mia.

Dell'invasione tecnologica e informatica che pensa?

L'anagrafe mi frega. Anche guardando i nostri ragazzi, temo l'ossessività nei confronti di questi strumenti.

Cavagnoli, celebrate i 40 anni di APPM. Per tornare al “sa fénte?”, le idee le ha già chiare?

Ho deciso che dopo quarant'anni è giusto che passi la mano. Mi costa tanto, ma farò il nonno. E non solo dei miei due nipotini. Per l'APPM ci sarò sempre.

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