«Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua»

30 agosto: Domenica XXII – Tempo Ordinario A

Letture: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

«Da allora Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme» (v. 21). Quel «da allora» segna una svolta. Appena riconosciuto come Cristo e Figlio del Dio vivente, Gesù comincia a rivelare quale Messia egli sia: uno che sarà consegnato, ucciso, per poi risorgere il terzo giorno. Lo stesso Pietro che aveva pronunciato la confessione “perfetta”, davanti a questo annuncio si ribella: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (v. 22). È lo scandalo di sempre, il nostro scandalo. Vorremmo un Dio potente che risolve la sofferenza, non un Dio che l’attraversa. Vorremmo la gloria senza la croce.

E proprio a Pietro, la roccia, Gesù rivolge le parole più dure: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v. 23). Cogliamo, tuttavia, una tenerezza nascosta in quel «dietro a me»: è lo stesso invito della prima chiamata (4,19). Pietro non è cacciato via, ma è rimesso al suo posto di discepolo: dietro il Maestro, per seguirlo, non davanti a dettargli la strada. La “pietra” deve tornare discepolo, per imparare lo stile di Dio, così diverso dallo stile degli uomini.

Poi Gesù allarga il discorso a tutti: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24). Seguire Gesù significa abbracciare con lui la via della croce. Non è amore per la sofferenza: è la scoperta paradossale che la vita si possiede solo donandola. È la logica capovolta del Regno.

Le altre due letture illuminano questo paradosso. Nella prima lettura, Geremia ci consegna una delle pagine più brucianti della Scrittura: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7). Il profeta si è fidato, ha annunciato la parola, e ne ha ricavato solo derisione. La tentazione è ovvia — tacere, ritirarsi, mettersi al riparo — ma confessa di non riuscirci: quella parola è «come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa» (20,9), e trattenerla lo consuma più che annunciarla. Nella seconda lettura, Paolo dà a questa consegna il suo nome più bello: offrire il proprio corpo «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1) è il vero culto spirituale. Non un rito da celebrare, ma una vita intera messa a disposizione. La precondizione è una mentalità diversa, capace di abbracciare la logica del Regno: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare…» (v. 2). Geremia sedotto, Paolo offerto, Pietro chiamato a perdersi per ritrovarsi: è sempre lo stesso «sì», pronunciato con la vita.

«Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (v. 26). È la domanda che smaschera i nostri calcoli. Accumuliamo, tratteniamo, difendiamo — e intanto rischiamo di perdere l’essenziale. Il vangelo non ci chiede di disprezzare la vita, ma di scoprirne il segreto: che essa fiorisce solo quando è consegnata, come il pane che si spezza, come il chicco che muore per portare frutto.

Ogni nostro presente, ci ricorda Gesù, ha già una portata decisiva per il Regno. Ciò che scegliamo oggi — trattenere o donare, salvare noi stessi o perderci per amore — non è mai neutro. L’eternità non si gioca altrove: si decide qui, in una mano che si apre invece di stringersi, in un perdono dato, in un tempo regalato a chi ne ha bisogno.

Chiediamoci: quale croce sto cercando di allontanare, come Pietro, perché «penso secondo gli uomini»? E credo davvero che la mia vita si troverà soltanto nella misura in cui saprò donarla?

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