Senza missione, siamo un’associazione tra molte altre

Ogni anno in occasione della Giornata missionaria mondiale, il Papa manda alla Chiesa un Messaggio. Quello di quest’anno afferma che la missione è “al cuore della fede cristiana” e con ciò vuole renderci consapevoli di un impegno centrale della nostra fede, del fatto che Gesù “continuamente ci invia ad annunziare il Vangelo dell’amore di Dio Padre nella forza dello Spirito Santo”. Cose che sappiamo, diciamo tra noi, che vengono dal Vangelo, che il Concilio ha solennemente proclamato («La Chiesa è per sua natura missionaria») e che i Papi hanno ripetuto – e non una sola volta – in questi anni. Eppure oggi questa parola sembra che non scuota più la Chiesa. Francesco la ribadisce, con il pathos che lo caratterizza: la nostra Chiesa non può accontentarsi di celebrare i sacramenti e di prendersi cura di chi la frequenta, ma deve “passare da una pastorale di semplice conservazione

della fede

a una pastorale decisamente missionaria”. Il che vuol dire che ogni battezzato deve sentire l’urgenza di portare il Vangelo nelle periferie, cioè a quelli “che hanno bisogno della luce del Vangelo”. Nel Messaggio di quest’anno Francesco ha un’affermazione molto forte: se la Chiesa non fosse missionaria, “non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire”.

La Giornata missionaria non potrà quindi ridursi a fare un’offerta più generosa del solito, ma ci interpella con alcune domande che toccano la nostra identità cristiana e la nostra responsabilità di credenti: Perché i cristiani non sentono più l’urgenza di annunziare il vangelo? Perché oggi i missionari sono così pochi? Domande che toccano un “nervo scoperto” della vita ecclesiale, e che forse potremmo riformulare in termini più precisi: la nostra è ancora una fede viva e vitale? Perché il numero di chi frequenta le chiese è in lenta progressiva riduzione? Come mai la missione della Chiesa non riesce più a mettere in moto i cristiani di oggi?

Il Papa ci ricorda che la missione è quella forza che può rompere la chiusura e dare respiro al nostro «essere cristiani», farlo crescere e renderlo contagioso.

La nostra partecipazione alla missione è la misura della nostra fede e dell’amore per il Signore ed è anche la speranza che rianima il mondo che rischia di soffocare in questa crisi che lo travaglia e che spegne le speranze dei poveri. Lo spera il Papa e lo attende il mondo in questo tempo, peraltro carico di opportunità, che rischia però di avvitarsi su se stesso e chiudersi in una pericolosa autoreferenzialità.

Qui c’è già una prima risposta alla domanda che spesso noi missionari ci facciamo constatando di essere, anche per colpa nostra, una specie … in via di estinzione. Non serve abbellire la missione con vesti postmoderne e digitali, e non basta portarla nelle piazze con forme giovanilistiche da “festival della missione”, se questo non fa ritrovare anche oggi l’anima vera della missione, quella spinta cioè dell’amore di Cristo che ha determinato la scelta di padre Mario Borzaga, di padre Mario Veronesi, di padre Remo Armani (“raccontato” nella fresca biografia di Vita Trentina), di Catina Gubert e dei molti trentini e trentine che hanno lasciato la nostra terra per andare ad annunziare Gesù Cristo. Persone normali che però hanno sentito di dover amare il Signore fino a spendere la loro vita e, alcuni di loro, a concluderla nel dono totale. La domanda allora va riformulata in  termini più precisi: Amiamo oggi ancora Gesù? È ancora vera per noi la parola di S. Paolo “l’amore di Cristo ci possiede”, dove il verbo va tradotto con tre verbi: un amore che ci avvolge, ci coinvolge e ci travolge, al quale cioè non possiamo resistere? Oppure il Caritas Christi urget nos è uno slogan buono per il passato e valido solo per una giornata all’anno?

p. Gabriele Ferrari *

*Missionario Saveriano

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