Conquistare il tempo, una sfida anche politica

La copertina di “Siamo tempo”, saggio di Gerolamo Fazzini

Lo spunto

Mi sembra di osservare un paradosso di fondo della pandemia dentro la quale siamo immersi: le zone più colpite dal terribile virus (almeno sino a questo momento) sono le stesse dove si lavora e si produce a ritmi più intensi (e dove, ahimè, l’inquinamento è più alto). Una sorta di contrappasso nemmeno tanto simbolico. In Cina è stata l’industriosissima Wuhan, in Italia la locomotiva Lombardia, negli Usa è toccato a New York, cuore della finanza mondiale, di quella Wall Street dove, nel giro di pochi secondi, passano fortune economiche gigantesche, flussi di denaro spaventosi. In altre parole, proprio nelle zone in cui la regola era «il tempo è oro», sono totalmente saltati gli schemi.

È sempre più evidente che non sono solo i ritmi della giornata, con il Covid-19, ad essere completamente scardinati. No, è accaduto, sta accadendo molto di più: stiamo toccando con mano quanto vicina a noi, a tutti noi (ricchi e poveri, occidentali e orientali) possa farsi – improvvisamente – la morte. Una morte che miete, senza pietà, amici, familiari e parenti. E ci fa, di colpo, cambiare la percezione fondamentale del nostro essere. Getta una luce abbagliante, come una fotoelettrica nella notte, sulla vita e il suo senso.

Gerolamo Fazzini – autore di “Siamo tempo” (L’abbiamo scordato?) – EMI Editore

“Siamo tempo” s’intitola il fresco saggio di Gerolamo Fazzini, affermato editorialista di Avvenire, viaggiatore di luoghi e stati d’animo, grande conoscitore della Cina. Il suo è un instant book sul coronavirus e sulle conseguenze che sta provocando non solo sulla salute collettiva, ma sulla percezione della stessa vita umana, dei suoi ritmi e dei suoi “tempi”, del destino personale e dell’identità sociale. Sotto questo aspetto il virus sembra davvero essere il “morbo della modernità”. Colpisce le aree più sviluppate del pianeta, le più interconnesse, quelle che più hanno perso la misura equilibrata del vivere, e al tempo stesso “colpisce” l’immagine che l’uomo “moderno” ha di se stesso, la sua illusione di immortalità – grazie alla scienza, alla tecnologia – con la rimozione di quella che resta l’unica certezza di vita nella natura, “Sora nostra morte corporale” come la chiamava San Francesco. Di fatto il virus costringe a riesaminare le premesse stesse di onnipotenza su cui l’Homo Sapiens ha costruito la sua evoluzione luciferina, volendo farsi dio. Gesù, venendo sulla terra, ha peraltro mostrato che “essere figli di Dio” è un’altra cosa. E’ la croce.

In questo senso “Siamo tempo”, come libro e riflessione, si pone dunque all’incrocio di questi misteri, la sapienza e la croce, la mortalità e l’eternità, sconosciuta, ma che si avverte nella vita di chi ci è caro.

Il libro non è composto da saggi laboriosi, ma da citazioni, suggestioni, flash di pensieri che si rivelano poi di estrema attualità. Perché, a ben guardare, in questa contingenza, rinunciare a dominare il tempo, ad essere padroni del “proprio” tempo, sembra diventato il limite più pesante.

L’ha espresso con lucidità l’altro giorno, su l’Adige l’antropologo Annibale Salsa: “Per una società fondata sulla cultura scientifica del rischio calcolato, diventa uno scandalo confessare la propria impotenza di fronte al diffondersi di un virus di cui non si conoscono i modi per neutralizzarlo”. E Fazzini, nel suo libro, precisa ulteriormente, definendo una sorta di “Alzheimer collettivo” quello di cui siamo vittime, “l’abitudine a programmare il domani, ipotecando il futuro come se fosse nostra proprietà … È una malattia tipica delle società benestanti, laddove i consumi anestetizzano (o cercano di farlo) la percezione del tempo che scorre ineluttabilmente”.

Il libro di Fazzini è suddiviso in due parti. La prima si intitola “L’oro è il tempo: e non viceversa”. La seconda “Loro è il tempo: ovvero l’amore ai tempi del Covid 19”, quasi a dire che da un lato il tempo è l’unica vera “energia non rinnovabile” di cui disponiamo, mentre dall’altro l’unico modo per non sprecarla è amare: una persona, un amore, la vita, i fratelli, la solidarietà.

Il libro risulta di utile lettura in questi giorni (è scaricabile gratuitamente dal Web) perché la carrellata di impressioni e citazioni che propone, dalla Bibbia ai testi religiosi, dai discorsi forti di questo papato, vero “pontificato” fra cielo e terra (con i richiami anche politici alle responsabilità dell’Europa, al fatto che la condivisione “non è ideologia, è cristianesimo”) ai pensatori laici. Lo scrittore israeliano Davide Grossman si dice certo di un cambiamento positivo (La Repubblica, 20 marzo, “dopo la peste torneremo ad essere umani”), mentre il filosofo sudcoreano Byung Chul Han appartiene a quanti ritengono che l’umanità non impari mai dalle tragedie della sua storia: “Nessun virus è in grado di fare la rivoluzione” (El Pais, 22 marzo).

Un punto di riflessione centrale resta quello di Michele Serra, su Robinson, il 4 aprile scorso: «Molte, moltissime delle cose che stiamo rivalutando chiusi in casa, e molte di quelle che adesso malediciamo, avremmo dovuto benedirle e maledirle molto prima. Ma siamo fatti così, molto cicale e poco formiche, la previdenza non è il nostro forte”. Edgar Morin, invece, intervistato sul “Corriere della Sera”riscopre l’importanza della lentezza: «L’epidemia, con le restrizioni che genera, ci ha obbligato a compiere una salutare decelerazione. Adesso, con maggior coscienza, ci stiamo riappropriando del tempo. Bergson aveva capito bene la differenza tra il tempo vissuto (quello interiore) e il tempo cronometrato (quello esteriore). Riconquistare il tempo interiore è una sfida politica, non solo etica, esistenziale”.

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