Tra Polonia e Bielorussia una crisi europea

I profughi al confine fra Bielorussia e Polonia. Foto NSA/Sir

Ci risiamo. Come è spesso avvenuto nella sua secolare storia, la Polonia si trova al centro di un pericoloso incrocio geopolitico. In effetti, la crisi di frontiera con la Bielorussia ha poco da spartire con la problematica dell’immigrazione che tocca altri Paesi dell’UE, fra cui il nostro. Diamo un’occhiata ai numeri. I disperati che premono alla sua frontiera orientale sono all’incirca 5 mila.

Ancora inferiori i numeri di coloro che cercano di entrare clandestinamente in Lituania, circa 4 mila, e in Lettonia, un migliaio. Se consideriamo che secondo le statistiche delle Nazioni Unite i rifugiati nel mondo arrivano alla enorme cifra di 26,6 milioni, cui sono da aggiungere i quasi 51 milioni che abbandonano le loro case pur rimanendo all’interno del Paese, è abbastanza evidente che non sono queste poche migliaia a creare l’allarme di frontiera di questi giorni.

Per di più, coloro che sono riusciti ad eludere i feroci blocchi al confine si dirigono in Germania, in Olanda o in Belgio dove possono trovare migliori condizioni di vita. La realtà, quindi, è che tutti e tre i Paesi dell’est dell’Unione vedono nella sfida dell’immigrazione clandestina l’ombra lunga della Bielorussia e del suo grande padrino, la Russia. Non vi è dubbio che nella parte orientale dell’UE vi sia una spiccata ipersensibilità alle mosse del grande orso russo e dei suoi alleati. Se non altro vi è ancora vivo il ricordo di un Urss che per decenni ha soffocato la loro identità nazionale. Nel caso della Polonia, poi, le preoccupazioni affondano le radici in quasi tutta la storia del Paese.

C’è però da chiedersi perché il dittatore della Bielorussia, Alexander Lukaschenko, abbia ordito il cinico piano di caricare sugli aerei della sua compagnia nazionale, Belavia (cui si sono aggiunte la Turkish Airlines e le linee siriane), centinaia di irakeni, afghani e siriani con destinazione Minsk e di qui verso il confine dell’UE.

La ragione più evidente è quella di vendicarsi delle dure sanzioni adottate nei mesi passati dall’UE per disapprovare la sanguinosa repressione delle proteste all’indomani delle elezioni farsa che hanno confermato Lukaschenko al potere. Sanzioni rinnovate e appesantite dopo il clamoroso “dirottamento di stato” di un aereo della Ryanair per arrestare un giornalista bielorusso, Roman Protasevich, in volo dalla Grecia alla Lituania, dove si trova gran parte dell’opposizione bielorussa in esilio. Ma nessuna di queste azioni sarebbe stata possibile senza il benestare, se non il suggerimento, di Vladimir Putin che ormai da anni ha nel proprio mirino l’UE ed il suo allargamento progressivo verso l’Est Europa, dall’Ucraina alla Georgia, su cui il presidente russo vuole svolgere la propria esclusiva influenza.

Quindi l’arma del ricatto costituito da poche migliaia di immigrati, definita come minaccia ibrida, si inserisce perfettamente nella strategia russa di mettere in evidenza la debolezza e la mancanza di coesione dell’UE. Ed è proprio qui il senso profondo degli accadimenti di queste ultime settimane, per almeno due motivi.

Il primo è che sulle politiche dell’asilo e più in generale dell’immigrazione non vi è nessuna regia da parte di Bruxelles. Anzi, su questo importante argomento le divisioni all’interno dell’UE, come ben sappiamo noi italiani alle prese con i flussi di immigrati dal Mediterraneo, sono clamorose e incurabili, malgrado tutte le promesse di rimedi dichiarate in questi ultimi anni. Sul tema dell’immigrazione, quindi, l’Unione è facilmente ricattabile, come ha ben dimostrato il caso della Turchia, che è stata profumatamente pagata per trattenere sul proprio suolo 3,5 milioni di siriani.

Ma il secondo motivo è ancora più intrigante, poiché Bielorussia e Russia vanno a toccare i nervi scoperti di un paese, la Polonia, governata da una forza di governo, il Pis, duramente nazionalista e antirusso. Governo che per di più si trova in stato di isolamento politico all’interno della stessa UE, che accusa Varsavia di violare le leggi europee di democrazia e stato di diritto sui temi della gestione della giustizia e sulla mancata applicazione diretta del diritto comunitario. L’attacco da Est va quindi a colpire un Paese che è sul punto di allontanarsi dal cuore dell’integrazione comunitaria e che rischia di indebolire ancora di più, dopo la Brexit, la coesione dei 27 stati membri. Una vera e propria minaccia ibrida, cui l’UE fa fatica a rispondere.

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