Partecipazione e gratuità, questo è il volontariato

Un’indagine condotta tra i volontari in Italia dal Forum Terzo Settore assieme a Caritas Italiana e all’Università Roma Tre evidenzia che la stragrande maggioranza delle persone che hanno risposto al questionario si impegna in primo luogo allo scopo di “dare un contributo alla comunità”. Motivazioni secondarie, nell’ordine, sono il fatto che può trattarsi di un’opportunità di arricchimento professionale, l’essere convinti della causa sostenuta dal proprio gruppo, l’urgenza di far fronte ai bisogni, la volontà di esplorare i propri punti di forza e di mettersi alla prova, la volontà di seguire le proprie convinzioni, l’opportunità di stare con altri, il fatto che sia un modo per valorizzare le proprie capacità, l’urgenza di rispondere alla crisi ambientale.

Un primo elemento che caratterizza il volontariato è la partecipazione. “La Repubblica – recita l’art. 2 della Carta – riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Che i volontari in Italia mettano in relazione la tutela dei diritti e i doveri di solidarietà, non è strano. È anzi assai comune che essi agiscano mossi da un imperativo etico. Oppure da un ideale politico. O ancora che si colleghi il proprio impegno a una scelta di fede.

Un’altra indagine, svolta quest’anno sui volontari Caritas, conferma che la motivazione numero uno è “essere utile agli altri, alla società”. Ma la metà del campione rivela di svolgere il suo servizio “per una scelta coerente con la propria fede”. Il volontariato che ha un orizzonte etico e la prospettiva del bene comune è una forza di cambiamento credibile ed efficace.

Il volontariato può anche essere un “do ut des”. In esso si può cercare la realizzazione personale, si può voler fare un’esperienza utile al proprio curriculum, si può cercare appagamento sul piano emotivo. Questa forma di impegno è in parte frutto della cultura individualistica, prodotto della società liquida nelle cui acque navighiamo da alcuni decenni.

In questo ambito va inquadrato il “volontariato spot”. Si tratta dell’impegno di un giorno, di una settimana. Di quello occasionale o contingente. Di quello legato a singoli eventi, programmati o emergenziali. Spesso legato all’emotività e meno alla razionalità.

Il volontariato spot va declassato come “egoistico”? Non necessariamente. È anch’esso una forma di impegno. A volte – se le organizzazioni sanno farne una finestra sul mondo – può essere anche più innovativo ed efficace di quell’attività che dura nel tempo ma non sa rinnovarsi, col rischio di diventare autoreferenziale e poco inclusiva.

Per essere fattore di cambiamento il volontariato deve avere una visione politica. Non certo nel senso di un orientamento partitico. Politica come arte del bene comune. Diversamente i volontari saranno gli “utili idioti” che tappano i buchi e ovviano alle mancanze di chi – le pubbliche Istituzioni – ha il dovere di dare risposte ai cittadini. L’opera di supplenza va bene se è al tempo stesso una proposta forte o, se necessario, una denuncia. Altrimenti sarà un ostacolo al cambiamento, anziché fattore propulsore di novità.

I volontari, dicono ancora le indagini citate, portano con sé e mettono a disposizione un’infinità di competenze. Essi sono portatori di competenze sociali, di apprendimento, personali, di cittadinanza, interculturali, nel lavoro d’équipe e di rete, digitali, di gestione del cambiamento e anche imprenditoriali, manageriali e di leadership.

Ma il vero tesoro del volontariato – la competenza delle competenze – è la gratuità. Tutto quanto ha a che vedere con il servizio volontario aumenta di peso specifico e di valore quando attinge alla dimensione del dono. Cioè non chiede nulla in cambio. Certamente ottiene poi molto in cambio, ma di per sé non chiede nulla. È la logica del Vangelo: chi cerca la sua vita, la perde, chi dona la sua vita, la guadagna cento volte tanto. Ciò che si riceve è una conseguenza, non l’obiettivo.

Dono significa anche libertà. E la libertà, soprattutto nel contesto sociale e politico, è ancora una volta un elemento dirompente, così come è rivoluzionario il dono.

La gratuità, che non è mai scontata (e non coincide col non farsi pagare), fa emergere le contraddizioni e a volte è esigente, faticosa. Perché porta al bene comune senza scorciatoie.

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