La notizia:
“Palermo. Domenica 19 luglio. Un enorme boato. Poi, un sinistro silenzio. Con P. Ennio Pintacuda, il gesuita che ha fondato il Centro di formazione politica ‘Pedro Arrupe’ consumiamo un caffè in un bar del centro. Ci guardiamo negli occhi. Intuisco. La scorta mette mano alle pistole. Alla spicciolata ci infiliamo nella Fiat Croma corazzata. Una disperata voce avverte via radio tutte le unità. ‘è un attentato! Occhi aperti!’ (….) Mercoledì 22 luglio. La mattina mi reco sul posto dell’attentato. Rimango attonito. La bomba ha devastato ogni cosa. I palazzi sono sventrati. Ogni cosa parla di morte. (…) Nel pomeriggio i funerali di stato per i cinque agenti uccisi. (…) . Sulle case che si affacciano sulla piazza appaiono lenzuola con scritto ‘Via la mafia dalle istituzioni. Lo Stato democratico è nostro’”.
(Vita Trentina n. 30, 26 luglio 1992)
Il grande boato che dilaniò il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, a Palermo il 19 luglio di 34 anni fa, segnò il culmine di una escalation stragista che maturava da oltre un decennio, ma al tempo stesso confermò l’analisi che i magistrati vittime degli attentati (con lui, due mesi prima Giovanni Falcone a Capaci) da tempo sostenevano e cioè che la mafia non era più una questione, un problema solo siciliano, ma era diventata una piovra nazionale, o meglio, come gli anni successivi avrebbero confermato, una realtà internazionale, ramificata e collegata: “le” mafie, con le quali anche oggi occorre fare i conti.
Non è più neppure una rivolta contro lo “Stato” visto come “occupatore”, sostenitore di accentramenti e dirigismi, ma è lo scardinamento dei sistemi che le nazioni aperte seguono sotto l’ombrello di un “mercato” che dovrebbe garantire parità di condizioni di partenza e prospettive di benessere, mentre presenta buchi e lacerazioni che rendono possibili infiltrazioni e strumentalizzazioni.
Le mafie si sono attrezzate per operare questa penetrazione, ma con il cambio di strategia anche i metodi operativi sono mutati.
Ed è questo che ci dice oggi una riflessione sull’eccidio di Borsellino e della sua scorta, presentando una violenza che da personale si trasforma in collettiva, terroristica, prendendo di mira non solo avversari diretti, ma uomini che istituzionalmente si opponevano al generale piano di penetrare i presidi della vita sociale e reale, i negozi, le pizzerie, le strutture produttive, i servizi pubblici …
Per “leggere” l’eccidio di Borsellino, merita allora ampliare il contesto e partire da dieci anni prima, dal 1982, quando sempre a Palermo venne ucciso, con la moglie, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che aveva capito i meccanismi terroristici delle Brigate Rosse, li aveva vinti ed era stato inviato prefetto a Palermo dove aveva iniziato a capire che la mafia non era una costellazione di poteri autonomi, magari in concorrenza l’uno con l’altro, ma si reggeva su una struttura organizzata, quasi militare, e per questo aveva iniziato ad organizzare appropriate contromosse. Per questo venne eliminato.
In un contesto simile non va poi dimenticato il giudice Carlo Palermo, nominato sostituto procuratore a Trento nel 1975, che nel 1980 avviò un’indagine su mafia droga e armi, partendo dal sequestro di ingenti partite di droga a Trento e Bolzano. Queste risultavano acquistate in Sicilia, vendute da trafficanti turchi e siriani in cambio di armi per il Medio Oriente, spedite al nord per organizzarne lo spaccio nelle regioni settentrionali. Palermo rivelò collegamenti che a molti parvero da film giallo, fu trasferito e andò a Trapani. E lì, dopo appena 50 giorni, subì un attentato con una bomba che fu fatta esplodere sulla strada di Pizzolungo, a non molta distanza dalla città. Lo scoppio lo lasciò miracolosamente incolume, ma fece saltare in aria l’automobile che in quel momento la sua vettura stava sorpassando, uccidendo la donna che la guidava e i suoi due bambini.
Lo stesso metodo terroristico della bomba su strada, sotto un viadotto, fatta esplodere da lontano al passaggio della macchina, ebbe invece un effetto letale diretto il 13 maggio 1992, quando fu fatta esplodere l’auto di Giovanni Falcone che con Borsellino aveva strettamente collaborato nel rendersi conto che per scoprire la mafia occorreva seguire il denaro, la finanza, le infiltrazioni nell’economia pulita per riciclare l’enorme liquidità derivata dal traffico internazionale della droga, e in base a questo aveva istruito il maxiprocesso di Palermo che aveva mostrato come non vi fossero “intoccabili” quando le prove venivano raccolte con precisione e attenzione.
Per questo Falcone e Borsellino rimangono un tandem non solo eroico, ma esemplare, per il metodo (seguire i flussi finanziari e di denaro) ma anche per il loro stile di ascoltare, studiare, collegare i dati anche minori, più che di apparire o stupire con “scoop” clamorosi.
Il loro sacrificio dice anche “cosa fare” per lottare contro le mafie. Non basta che si muova lo Stato, non bastano polizia e tribunali. Occorre la vigilanza dei cittadini, l’attenzione moltiplicata degli amministratori sugli appalti o sulle aste. Una comunità deve reggersi su beni collettivi, indivisibili e invendibili, come il patrimonio territoriale o turistico. Sul mercato, in aste e cose simili, vince sempre chi ha più denaro e chi possiede la liquidità dei traffici neri ne ha sempre più di chi lavora.