Il Trattato del Quirinale anche con la Germania

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Finalmente, dopo cinque anni di difficile gestazione è arrivato alla firma il Trattato bilaterale franco-italiano, detto in breve Trattato del Quirinale.

Il modello di riferimento è il Trattato dell’Eliseo che disciplina la cooperazione franco-tedesca. Ma il paragone è improprio non solo perché quest’ultimo risale al 1963, ma perché il suo significato politico è nettamente superiore, avendo di fatto posto fine al secolare conflitto fra le due nazioni del centro Europa.

Il Trattato dell’Eliseo, inoltre, nasce dal fallimento del primo grande progetto europeo, la Comunità di Difesa Europea del 1954, e dal ritiro del generale Charles de Gaulle dal comando militare della Nato, in polemica con la leadership di Washington. Ma per non accentuare l’isolamento di Parigi, il permaloso generale francese propose a Konrad Adenauer di mantenere stretti legami fra i due Paesi, anche per evitare di ricadere nei conflitti del passato.

Va riconosciuto poi ai due leader dell’epoca di avere anche intuito la necessità di una guida in tandem degli eventuali sviluppi del processo di integrazione europea, tanto che da allora è nato il famoso “motore franco-tedesco”, senza la spinta del quale l’UE non va da nessuna parte. Anzi, in alcune occasioni l’accordo fra i due ha trasformato iniziative bilaterali in progetti europei.

Uno degli esempi è stata la decisione di Francois Mitterand e di Helmut Kohl nel 1989 di costituire la brigata franco-tedesca, che ha dato l’avvio in seguito all’Eurocorpo, uno dei primi mattoni di una futura difesa europea.

Più in generale, il Trattato ha dato un enorme impulso sia ai rapporti culturali bilaterali, un modo non banale per approfondire la comprensione e l’integrazione fra i due popoli, sia ai legami commerciali ed economici, evitando per quanto possibile conflitti in quest’area. Le cose sono andate quindi piuttosto bene, tanto che nel 2019 Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno deciso di confermare e consolidare i rapporti bilaterali con il nuovo Trattato di Aquisgrana. Insomma una storia di successo che si pensa di replicare, almeno parzialmente, con il Trattato del Quirinale.

Ideato nel 2017 dall’allora presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, il Trattato è quasi subito scomparso dai radar della politica. Le elezioni generali del 2018 hanno modificato radicalmente l’atteggiamento italiano, tanto da spingere il primo governo Lega-M5S a individuare in Macron e nella Francia il nemico n. 1 dell’Italia. Ancora è viva la memoria del richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia, dopo che Luigi Di Maio, già ministro, e Alessandro Di Battista si erano recati in Francia a sostenere i Gilet Gialli. Solo il successivo mutamento del quadro governativo interno e i buoni uffici del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, hanno fatto riprendere il cammino all’intesa bilaterale franco-italiana.

C’è quindi oggi da chiedersi quale potrà essere per Roma il significato e il vantaggio di un trattato formale con Parigi. I vantaggi, a leggere il lungo testo (13 pagine) del Trattato, sono difficili da valutare ancora prima che siano state perfezionate le procedure di approvazione parlamentare. In effetti gli estensori del testo hanno spaziato dalla politica estera a quella di difesa, dalle politiche migratorie alla cooperazione economica, industriale e digitale. Insomma di tutto e di più, con il meccanismo di un vertice annuale al massimo livello e di un Comitato strategico paritetico a gestire l’insieme.

In realtà il significato profondo dell’accordo è quello di ancorare strettamente i due governi ad agire insieme sul piano europeo, evitando il rischio, in futuro, di cadere nell’incertezza di governi espressione delle forze populiste e sovraniste.

Naturalmente, perché tale obiettivo diventi realmente vincolante per i nostri governi occorrerebbe, come da più parti si suggerisce, di replicare un simile accordo fra Germania e Italia. Una triangolazione del genere, oltre a dare una certa continuità agli interessi convergenti dei tre Paesi, potrebbe proporsi un traguardo ancora più ambizioso. Diventare il nucleo di punta del processo di integrazione europea e la calamita verso altri Paesi desiderosi di costruire un’Unione più stretta non solo nel campo economico, ma anche in quello politico e della difesa.

In ciò l’Italia rappresenterebbe la novità e l’apertura di quello che fino ad oggi è stato il “motore” franco-tedesco, ormai indebolito in una UE a 27. Passaggio necessario nella prospettiva, ormai inevitabile, di un’Unione a più velocità.

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