Dopo laghi e golfi, Trump rinomina anche l’AI

Le parole non sono mai neutre. Nel linguaggio moderno, infatti, una parola non si limita a descrivere la realtà, ma può orientare il modo in cui la percepiamo. Scegliere «migrante» invece di «clandestino», «utente» invece di «cliente», «Nazione» invece di «Paese», non è soltanto una questione di stile: significa proporre una determinata lettura della realtà. Per questo, chi sceglie le parole può contribuire a costruire il significato delle cose, influenzando opinioni, emozioni e comportamenti. Ciò è ancora più importante nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, dove le parole viaggiano rapidamente e possono orientare milioni di persone.

Nei giorni scorsi, il Presidente degli Stati Uniti ha deciso che il termine “intelligenza artificiale” dovrà essere sostituito con “superintelligenza”. Apparentemente una delle tante stravaganze da parte dell’inquilino della Casa Bianca che aveva già ordinato che il Golfo del Messico si debba chiamare “Golfo d’America” e il Lago Ontario, al confine tra Canada e Stati Uniti, “Lake America”, Lago America. Dichiarazioni pirotecniche senza alcun effetto? Parole al vento della propaganda? Non proprio. Basta controllare le mappe di Google per verificare che Golfo del Messico e Lago Ontario vengono oggi presentati con la doppia denominazione: quella riconosciuta da tutti e quella imposta da Trump.

Il Presidente americano ha dunque deciso di cambiare il nome all’intelligenza artificiale: nei documenti ufficiali americani, ora si dovrà parlare di «Super Intelligence», non più di «Artificial Intelligence». La motivazione dichiarata è precisa: la parola «artificiale» farebbe pensare a qualcosa di falso o non autentico, mentre «superintelligenza» comunica forza, potenza e superiorità. Qui, dunque, entra in gioco il potere delle parole. La tecnologia non cambia, cambia il modo in cui viene raccontata e percepita. «Intelligenza artificiale» sottolinea che si tratta di qualcosa costruito dall’uomo, «superintelligenza» richiama invece una capacità tipicamente umana.

Questa modifica del linguaggio può contribuire a rendere più familiare e, in qualche misura, più umano ciò che umano non è. Quando attribuiamo a una macchina caratteristiche che correttamente associamo alle persone – intelligenza, capacità di comprendere, quasi di «pensare» – possiamo essere portati a fidarci maggiormente delle sue risposte.

È il cosiddetto fenomeno dell’“antropomorfizzazione”, termine usato per indicare la tendenza ad attribuire caratteristiche, intenzioni, emozioni o capacità umane a ciò che non è umano. Tutto ciò è diventato particolarmente importante con l’AI generativa: quando diciamo che ChatGPT «capisce», «pensa», «vuole» o «sa», stiamo usando un linguaggio umano per descrivere una macchina.

Per questo le parole non sono un dettaglio. Possono influenzare il nostro rapporto con la tecnologia, le aspettative che riponiamo in essa e anche il grado di fiducia che siamo disposti a concederle. Chiamare una tecnologia “superintelligenza” può contribuire a rafforzare questa percezione, perché la parola stessa richiama una qualità umana – non artificiale – portata a un livello superiore.

Qui emerge, ancora una volta, la differenza di visione tra la logica tecnocratica sostenuta da Trump e quella ribadita dal Pontefice nell’enciclica Magnifica Humanitas. Leone XIV invita a «rimanere umani» davanti alla tecnologia: l’intelligenza artificiale deve essere uno strumento al servizio della persona e non qualcosa che sostituisce o supera l’umano. L’enciclica afferma esplicitamente che «l’umanità […] non deve essere sostituita né superata».

La scelta linguistica di Trump sembra muoversi nella direzione opposta. Chiamare l’AI «superintelligenza» significa presentarla non più come qualcosa di «artificiale», ma come una forma di intelligenza potente, superiore, quasi naturalmente assimilabile a quella umana. Trump stesso ha spiegato la scelta dicendo che «artificiale» suggerisce qualcosa di non autentico, mentre «super» indica una capacità superiore.

Si potrebbe allora parlare di due visioni speculari: Leone XIV dice restiamo umani davanti alla tecnologia, la nuova terminologia trumpiana tende invece a umanizzare la tecnologia attraverso il linguaggio. E quando una macchina viene descritta come «intelligente», «superiore» o capace di comprendere, può diventare più facile attribuirle caratteristiche umane e, di conseguenza, affidarle maggiore fiducia.

La questione, insomma, non è solo terminologica. È antropologica. L’uomo non è soltanto capacità di calcolo o di elaborazione delle informazioni, ma sono decisivi altri elementi: il dovere della responsabilità, i valori, la coscienza, le relazioni, la libertà, l’esperienza, gli affetti e la capacità di dare un senso alle proprie azioni.

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