Appalti pubblici, riforma in vista per un mercato da 180 miliardi annui

Cantiere Tempo, l’opera di Anna Scalfi

Fra le riforme che corredano il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il tema della concorrenza e degli appalti attira molte attenzioni del mondo imprenditoriale e qualche scalmana della politica (come per le concessioni balneari). Il Governo ne stima un impatto sul PIL dell’1,7 per cento, e ad occhio non esagera.

Giova ricordare che con l’appalto un organismo pubblico (stazione appaltante) affida ad altri la responsabilità di eseguire, verso corrispettivo, un’opera, una fornitura, un servizio o un progetto, nel rispetto, oltre che dei principi civilistici, di un complesso di norme che “cinturano” gli obiettivi e i contenuti del contratto e la scelta del contraente, a tutela dell’interesse collettivo. In particolare, apposite direttive UE presidiano i principi di trasparenza, parità di trattamento, concorrenza aperta e correttezza procedurale; principi trasfusi per l’Italia nel “Codice dei contratti pubblici” (D. Leg.vo 50/2016; per la Provincia di Trento: Legge Provinciale 2/2016), sconquassato da una lunga serie di modifiche, anche in risposta alle procedure d’infrazione europee (come l’eliminazione della soglia di subappalto, d’ostacolo alle imprese minori).

Il Documento di Economia e Finanza 2022-24 fa sapere che il mercato degli appalti pubblici vale circa 180 miliardi annui, ed è destinato a crescere per effetto del PNRR. Ciò rende però urgente semplificare la normativa e rafforzare la professionalità delle stazioni appaltanti. Di qui il bisogno dell’ulteriore riforma, già avviata con il disegno di legge «Delega al Governo in materia di contratti pubblici» in avanzato iter parlamentare. Il cronoprogramma del PNRR prevede che i decreti delegati siano emanati entro marzo 2023.

La delega interviene su molti grovigli normativi e di procedura. Punta ad esempio a ridurre le attuali 32 mila (!) stazioni appaltanti; a intensificare l’utilizzo delle centrali di committenza e delle procedure flessibili, quali il dialogo competitivo e il partenariato per l’innovazione; a semplificare la localizzazione e l’approvazione dei progetti di opere pubbliche; a snellire, con le tecnologie digitali e assumendo personale e professionisti, i controlli, gli oneri documentali ed economici e i tempi di pagamento.

Tutto ciò con il fine ultimo di ridurre entro l’anno prossimo a meno di 180 giorni il tempo per l’approvazione di un progetto, a meno di 100 giorni il tempo medio tra la pubblicazione del bando e l’aggiudicazione degli appalti sopra soglia comunitaria, e di almeno il 15 per cento il tempo medio tra l’aggiudicazione e la realizzazione dell’opera.

Vedremo nei fatti. Gli appalti pubblici rappresentano del resto una sfida di per sé complessa, che possiamo immaginare come un triangolo ai cui vertici stanno il tradizionale obiettivo della convenienza per l’ente pubblico, la tutela della concorrenza per un mercato più efficiente e l’utilizzo della domanda pubblica come potente strumento di politica economica per la qualità dell’impresa e del lavoro.

Questi molteplici fini, specie l’ultimo, sono il motivo ispiratore delle ricordate direttive europee, riformate in modo sostanziale nel 2014, per promuovere non soltanto la concorrenza ma anche una crescita «intelligente, sostenibile ed inclusiva garantendo contemporaneamente l’uso più efficiente possibile degli investimenti pubblici» (parole di una delle direttive) grazie all’uso strategico degli appalti pubblici.

L’area del triangolo è la pedanteria burocratica: più ce n’è, più i vertici si allontanano.

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