Lo stupore di Bottes

Dopo la ricca mostra dedicata dal Comune di Arco a fra Silvio Bottes, 93 anni, ci restano da gustare le 406 pagine dell'elegante catalogo – al quale hanno collaborato “Judicaria”, “Il Sommolago” e la Provincia dei Frati Minori – frutto di un ammirevole e febbrile lavoro di tanti. Immagini, notizie e commenti critici ci guidano attraverso le opere di Bottes, più d trecento quelle monumentali e oltre mille quelle di minori dimensioni, nate da 70 anni di dedizione alla fede e al mestiere. Di una varietà assoluta: la massima parte sono in bronzo ma anche in legno, terracotta, pietra calcarea, cemento scolpito o gesso patinato; piccole poche centimetri e grandi, monumentali, a figura intera e di più; di tema sacro, la gran parte, e profano, quantitativamente una minoranza ma assai significative e profonde nell’introspezione psicologica dei personaggi ritrattati; articolate come può essere ad esempio una Via Crucis o un portale composto di numerosi pannelli o folgoranti nella unicità di una sola situazione, un volto, un gesto; massimamente di un figurativismo moderatamente espressionistico ma anche con elementi astratti carichi di un simbolismo altamente suggestivo; collocate all’aperto in piazze, facciate di chiese e cimiteri o nel chiuso di musei, cappelle e tante case private, in Trentino e all’estero.

Nato a Brusino, nella Valle di Cavedine, nel 1921, quarto di dodici figli,  entrato giovanissimo nell’Ordine dei Frati Minori, dopo la formazione presso diverse scuole, in particolare quella del Beato Angelico a Milano, fra Silvio ha trascorso tutta la sua vita nei conventi di Campo Lomaso, Rovereto, Arco e Trento. Senza mai interrompere la sua attività, grazie a un inesauribile talento creativo, alla spiccata originalità e a una inconsueta capacità tecnica nel modellare e scolpire (“modellatore di fede” è il titolo del docufilm a lui dedicato da Katia Bernardi), e grazie alla piena disponibilità dei superiori nel lasciarlo lavorare nel suo studio praticamente a tempo pieno.

Come è stato felicemente scritto è lo “stupore contemplativo” l’atteggiamento mentale con cui fra Silvio si pone di fronte ad un’idea prima di realizzare una nuova opera. In particolare se si tratta di complessi portali di chiese, quali da quelli del Santuario alle Grazie di Arco e della parrocchiale di Grumo. Delle numerose, e si capisce, sculture dedicate a san Francesco (a incominciare dalla predica agli uccelli di Arco, non a caso posta in copertina del catalogo) e a santa Chiara (sua quella davanti all’Ospedale di Trento). Ma anche di celebrazioni dell’uomo come il monumento al Moléta a Pinzolo o quelli ai caduti a Pranzo e all’Alpino a Mezzolombardo. O a opere non particolarmente grandi di dimensioni ma così cariche di significato. Pensiamo alla Madonna con il Bambino alla Casa natale  di Daniele Comboni a Limone sul Garda: un africano in catene a fianco del grande evangelizzatore e Maria che dona loro suo Figlio aprendo le braccia. Oppure all’originale tabernacolo in bronzo presso la Curia generalizia dei Minori: a forma di cesto, per ricordare la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Eccolo, l’umile fraticello figlio della terra trentina col grande merito di essere un sapiente manipolatore della materia e un caparbio, spesso poetico prosecutore e pubblicizzatore dell’arte religiosa.

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