L’incubo di Noè

Fa discutere il nuovo kolossal di Darren Aronofsky (Usa 2014) sul Patriarca biblico interpretato da Russell Crowe

«In principio non c’era nulla»: fin dalle prime battute, Noah introduce variazioni assai vistose rispetto al libro della Genesi. Indubbiamente, se facciamo un paragone con i grandi affreschi di epica biblica realizzati a Hollywood fino a cinquant’anni fa, è venuta meno la necessità di attenersi a una “memoria condivisa” e tradizionale. C’è dunque più spazio per osare e “attualizzare”.

Così, per esempio, l’ambientazione di Noah è chiaramente post-apocalittica: ben prima che i cieli si carichino di nubi minacciose per poi riversarle sulla terra, questa è un luogo arido e devastato, privo di strutture sociali e annichilito dalla violenza. La decisione di Dio di distruggere l’opera delle sue mani passa qui in secondo piano, perché c’è chi lo ha già fatto per lui. Come gli umani possano aver ridotto il pianeta in questo stato, pur disponendo di una tecnologia rudimentale, è una domanda che non trova risposte nel film. Ma in fondo è una domanda sbagliata. Se la Bibbia non lo spiega e nessuno se ne preoccupa, è perché storie di questo tipo non si pongono il problema della coerenza. Il loro carattere mitico non ne offusca la pretesa di verità. Più che descrivere eventi del passato, esse intendono parlare al nostro presente. Aronofsky lo ha capito bene e gliene va dato atto, per quanto le soluzioni che propone possano apparire lontane sia dalle intenzioni del testo che dal modo in cui abitualmente lo interpretiamo.

A un primo livello, Noah è costruito come un film d’azione per il grande pubblico che prende a piene mani dall’immaginario fantasy contemporaneo. Non lascia però alcuno spazio all’ironia, anzi, è attraversato da una vena tragica che lo distingue dai blockbuster a cui pure si ispira. Tale vena tragica è già percepibile nella prima parte, più lunga del necessario e dedicata alla presentazione dei protagonisti e del loro mondo, alla premonizione del diluvio, ai preparativi e allo scontro tra Noè e gli uomini di Tubalkain, la sua nemesi, che prende il nome dal discendente di Caino menzionato in Gen 4,22 come «artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro».

È però nella seconda parte del film, ambientata nell’arca flagellata dal diluvio, che il tono tragico si fa preponderante. Ossessionato e insicuro, qui Noè fa pensare a Re Lear più che agli eroi ispirati e senza ombre dei vecchi film biblici. Isolato e temuto dalla sua stessa famiglia, sull’arca egli riesce a raccogliere i suoi cari attorno a sé solo quando racconta loro la storia della creazione, assimilata a sua volta dalla voce del padre Lamech. Ma perché quel Dio che ha generosamente creato vuole ora tutto distruggere? Noè non ha dubbi: per offrire in dono un nuovo inizio. Su questo sembrerebbe esserci piena coerenza con il racconto della Genesi. Secondo il Noè del film, tuttavia, non saranno gli umani a ricevere quel dono divino e anzi per essi non ci sarà alcun nuovo inizio.

Fede o ecologia?

Per capire da dove venga la convinzione di Noè occorre considerare un sottotesto molto insistito che grava su tutta la vicenda e che riguarda il tema ecologico e animalista. Qui si gioca davvero l’ambizione di Aronofsky di provocare il pubblico contemporaneo. Il regista di Brooklyn, che si dichiara vegano e non ha voluto utilizzare un solo animale per il film (sono tutti ricreati in digitale), fa di Noè e della sua famiglia, ultimi discendenti di Set, dei vegetariani ferventi, raccoglitori in un mondo di cacciatori “ingenuamente” persuasi che il mangiare carne sia la fonte del vigore. L’opzione vegetariana è qui chiaramente rappresentativa del senso di giustizia e in fondo della fede stessa di Noè, che in essa si compie rendendolo diverso dagli altri uomini. In una scena all’inizio del film il patriarca rimprovera il figlio Iafet per aver strappato un fiore e gli spiega che occorre raccogliere solo quello di cui si ha bisogno. Ma questa cura minuziosa per la creazione si tramuta poi, in ossequio al comando divino ricevuto in sogno e radicalizzato da Noè, in una volontà implacabile e fanatica di distruzione: per preservare la purezza del “nuovo inizio” occorrerebbe infatti che gli umani e la stessa stirpe di Noè si estinguano, abdicando per sempre al dominio sulla terra. L’essere umano è corruttore del creato non per accidente, ma per la sua stessa natura. Curiosamente questa convinzione pessimista che Noè trae – a torto – dal messaggio divino, sembra evocare certe teorie degli animalisti più intransigenti, e di quanti più banalmente, anche nel parlare comune, esaltano l’innocenza degli animali “che sono molto meglio degli uomini”. L’arcobaleno che, nel finale, sigilla l’alleanza ritrovata tra cielo e terra, fuga sì gli ultimi dubbi di Noè, ma forse non quelli dello spettatore, che conosce la fine della storia: sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, desertificazione, distruzione dell’ecosistema. E se il vecchio patriarca, nel suo delirio, avesse avuto ragione? Il lieto fine non dissipa il tono tragico dominante di Noah.

Molte dinamiche tipiche del fatto religioso si ritrovano nel film, seppur confuse e affastellate: l’imprevedibilità dell’intervento divino, la responsabilità e libertà del chiamato, la possibile equivocità del messaggio, i rischi di deriva violenta del profetismo. Il film non offre uno spazio coerente per mettere a fuoco questi temi, che rischiano di perdersi in un coacervo di elementi contrastanti e spuri. Ma se c’è una sfida che il film pone ai credenti, non è quella di elencarne slabbrature e infedeltà, e in fondo nemmeno di denunciare la sua “deriva ecologista”: il tema è infatti troppo serio per farne un mero oggetto di polemica. Più importante è cogliere le trasformazioni che subiscono i temi religiosi tradizionali in un prodotto tipico dell’odierna cultura di massa, trasformazioni che non ne sopprimono necessariamente la forza, ma possono al contrario rendere ad essa un’inedita testimonianza.

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