anno 91 - n° 11
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Il sacramento della riconciliazione, oggetto di studi recenti. Parla l'unico missionario della misericordia trentino.

Il “dono” del perdono

Il sacramento della riconciliazione oggetto di studi recenti. E l'intervista con l'unico missionario della misericordia trentino.

Se il calo delle vocazioni riduce il numero dei confessori, la crisi quello dei penitenti, eppure non mancano i segni di speranza

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Se c'è un sacramento cui si aggiunge da anni l'espressione “in crisi” questa è la confessione, o per stare alla definizione del Catechismo, “il sacramento della penitenza e della riconciliazione”. La percezione comune sembra essere che, se calano i matrimoni celebrati in chiesa e le richieste ai sacramenti dell'iniziazione cristiana, cala la partecipazione alla Messa (e quindi all'Eucaristia), questo non sia nulla al confronto dell'abbandono dei confessionali.

Eppure, solo 2 anni fa, Civiltà Cattolica pubblicava un articolo di Francesco Occhetta sj dal titolo “Il ritorno della confessione” dove si registrava il “ritorno silenzioso, ma significativo da parte della generazione dei quarantenni e cinquantenni che ridanno valore al sacramento, a volte dopo anni di lontananza”. Ritornano a confessarsi dopo aver riletto il Vangelo, dialogato con la voce della propria coscienza, incontrato testimoni credenti e credibili che vivono riconciliati. Un ritorno cui non è esente il “richiamo” di santuari e pellegrinaggi o la concomitanza dei tempi forti dell'anno liturgico.

L'attuale Rito della Penitenza, in vigore dal 1974, mostra la dimensione ecclesiale del sacramento che “riconcilia con Dio e con la Chiesa”, ma è soprattutto l'esortazione apostolica di Giovanni Paolo II (1984) che ne spiega il significato “Parlare di riconciliazione e penitenza è, per gli uomini e le donne del nostro tempo, un invito a ritrovare, tradotte nel loro linguaggio, le parole stesse con cui Gesù Cristo volle inaugurare la sua predicazione “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15)”.

Ma si tratta di pur sempre di una conversione “mediata” da un uomo, il confessore, “il” motivo che si colloca in testa al disagio di quanti si sono allontanati (cfr Garelli Religione all'italiana, 2011). Un ruolo, quello del confessore, che sempre di più necessita di formazione teologica e di un'altrettanta formazione umana (esperienza, pazienza, empatia e simpatia), come sottolinea Basilio Petrà, teologo morale, nel suo Fare il confessore oggi (EDB 2012). Da quando la teologia morale ha abbandonato la metodologia del diritto e della casistica, il sacramento della riconciliazione sembra aver imboccato la strada di un momento di verità sulla propria vita, una tappa che induce a fermarsi per riflettere sul senso del proprio agire. “L'uomo ha una legge scritta Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato” scrive il Concilio (GS 16) in riferimento alla coscienza. Nessuno può sostituirsi ad essa, il confessore (il cui numero è in calo come le vocazioni) può solo “accompagnare” in punta di piedi. Ai gesuiti confessori di sovrani sant'Ignazio indicava alcune piste: parlare poco, e in seconda battuta, dopo aver molto ascoltato, essere amorevoli, mettersi nei panni della persona così da farsi capire, conquistare la loro fiducia.

Da ciò deriva quel rapporto nuovo tra confessore e penitente che può sfociare nella direzione spirituale: un rapporto improntato a fiducia reciproca nella verità. E' questa relazione interpersonale che fa da sfondo ad un'inchiesta giornalistica fresca di stampa, a firma di Aldo Maria Valli, vaticanista del Tg1 (C'era una volta la confessione, Ancora 2016). “Nelle persone che confesso - spiega padre Andrea Dell'Asta del Centro San Fedele a Milano - riscontro spesso la consapevolezza che la propria vita è un percorso, un continuo processo di umanizzazione, compito, questo, sempre provvisorio, ma concluso. Ed è spesso vissuta con fiducia, diventando un momento di guarigione, perché la vita possa irradiarsi nel mondo familiare, politico e sociale”. Molti gli insoddisfatti, da entrambe le parti: si stigmatizza il penitente che arriva con la lista, come pure il confessore arcigno e frettoloso.

E se l'impegno fosse quello di promuovere la consapevolezza del “dono” del perdono perché si traduca in compito di responsabilità, gesti feriali di riconciliazione?

Valli si spinge oltre: “Ma ci crediamo veramente nel perdono? Non è forse questo il problema?”.

Il “dono” del perdono
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