anno 92 - n° 06 - Chiamati ad uscire
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Il vescovo Lauro in dialogo con i giovani scout Agesci

Le domande che ci tengono in cammino

Sabato scorso, in occasione della conversione di san Paolo, loro patrono, i rover e le scolte della regione hanno portato le loro domande davanti al vescovo Lauro.

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“Cosa vuole dire essere cristiani? Confrontarsi con l'uomo Gesù di Nazareth”

Il vescovo Lauro in dialogo con i giovani scout Agesci

Il vescovo Lauro in dialogo con i giovani scout Agesci

Non vedo Cristo nella quotidianità della mia vita, dove lo devo cercare? C’è anche nel male? Che cosa fa di me un cristiano? Qual è l'interpretazione giusta della Parola? Come si prega senza scadere nella recita di formule a o nell’incontro con se stessi invece che con Dio?

Sono solo alcune delle domande che i giovani e le giovani scout Agesci (17-21 anni) hanno raccolto, in questi mesi, nelle loro comunità clan, confrontandosi su temi come la preghiera, la Parola, la figura di Cristo, l'essere comunità cristiana. Il complesso lavoro di sintesi, compiuto dai delegati di ogni comunità del Trentino Alto Adige, ha fatto emergere una grande profondità e un comune sentire, rivelando cammini di ricerca appassionati e mai banali. Sabato scorso, in occasione della conversione di san Paolo, loro patrono, i rover e le scolte della regione hanno portato le loro domande davanti al vescovo Lauro, in cerca di qualche risposta. Riuniti a Trento nella chiesa di S. Pio X, in 250 hanno dialogato con lui in un momento di condivisione spontaneo e sincero, in cui l'Arcivescovo si è messo in gioco personalmente.

“Io non ho la risposta, io la cerco con voi”, mette subito in chiaro, ringraziandoli più volte di tutti questi punti interrogativi.

“Farsi domande che non trovano risposta vuole dire pregare”, è la prima provocazione. “La preghiera vien prima di qualsiasi fede, appartiene all'essere umano: tutti pregano, perché tutti si fanno domande su quello che gli accade. E qui nessuno, dal Papa in giù, è in grado di rispondere”. E rispetto alla difficoltà di trovare Dio nella giornata... “Cosa c'entra Dio con la mia colazione? Con la mia verifica a scuola? Con il mio 4 o il mio 10? Niente, e meno male! Meno male che ci sono tante cose che sono solo mie, e dipendono da me. Finalmente c'è un Dio che crea le cose e le lascia libere di essere diverse da se stesso”.

“Tante domande che avete - prosegue mons. Lauro - sono figlie di una narrazione di Dio fatta a partire da considerazioni filosofiche e spirituali. A volte l'interpretazione della fede fatta dai cristiani è addirittura il contrario del vangelo”. Il punto di riferimento è un altro: “C'è un unico luogo dove si può incontrare Dio: confrontandosi con l'uomo Gesù di Nazareth. Tu, di fronte alla persona di Gesù Cristo, cosa pensi? La sua vita ti dice qualcosa di nuovo? Ti conquista? Essere cristiani è confrontarsi con l'uomo Gesù di Nazareth”.

Tanto che “il cristianesimo non è una religione, perché tutte le religioni parlano di un Dio diverso da questo, lontanissimo dalla dimensione del corpo. Il nostro Dio invece nasce, cresce, arriva a morire. È carico di corpo, di fatti, di gesti”. Una giovane racconta a don Lauro la sua difficoltà di sciogliere i tanti dubbi e dirsi “cristiana” con i suoi compagni di scuola. “Una fede senza dubbi – risponde - non è fede. Un Dio evidente ci toglierebbe qualsiasi spazio di libertà”. “Lei, mons. Lauro, perché è cristiano?”. “Perché mi affascina quest'uomo Gesù, capace di amare a fondo perduto. L'amore del nemico è il vertice dell'umano. La sua credibilità è nel suo fallimento, che non gli impedisce di continuare ad amare. Io sono schiacciato e conquistato dal crocifisso. I miei compagni in seminario mi prendevano sempre in giro, dicevano che io finisco sempre lì, sul calvario...”.

“Cosa possiamo rispondere a chi vede in Gesù un grande filosofo, un maestro di vita, un uomo grandissimo... ma non un Dio?”. Purtroppo così, come un filosofo, l'abbiamo sempre venduto, riconosce l'arcivescovo Lauro. “Lui 'insegnava', dicono i vangeli, ma non viene mai detto cosa insegnava. Faceva delle cose e parlava pochissimo: quel suo modo di vivere diventa un insegnamento. Nel vangelo non c'è una filosofia, c'è una vita. Un filosofo fa teorie e enunciati. Gesù invece ha vissuto, è un'altra cosa. Bisogna attrezzarsi per guardare all'umanità di Gesù, come i vangeli la raccontano”.

La Chiesa, con il suo formalismo rigido, la tradizione, la “ritualità antica”, rimane un nodo per i giovani e li allontana dalla fede: “Cosa possiamo fare per cambiare questa Chiesa lontana da Cristo, nel rispetto di chi ha una fede diversa dalla nostra?”. “Scomodarci – è la risposta - facendo arrivare a noi preti queste domande, contestandoci nel nostro modo pressapochista di comunicare la fede. Se tutti i giorni ascoltassimo queste domande, ci occuperemmo delle cose davvero importanti, e cambieremmo molti modi di essere chiesa!”.

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