Il cormorano di Saddam e l’abbazia di Montecassino

Colin Powell con la fialetta di “antrace” nella presentazione al Consiglio di sicurezza dell’ONU per giustificare l’intervento in Iraq (la prova in seguito si rivelò falsa). Foto Wikipedia

Quel cormorano, con le ali appesantite dal petrolio grezzo versato in mare da Saddam Hussein, era diventato l’emblema della follia del dittatore iracheno che qualche settimana prima aveva invaso il Kuwait. Era il 1991. Quella foto campeggiava sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo ed era la denuncia che richiamava la necessità di intervenire non solo per ristabilire l’ordine internazionale, ma anche per punire il responsabile del disastro ecologico. Chissà se nel Golfo c’erano cormorani con le ali appesantite dal petrolio. Di sicuro non quello della foto. Perché la fotografia riguardava il disastro ambientale nel golfo dell’Alaska provocato due anni prima da una petroliera. Oggi sarebbe sufficiente una rapida verifica su Google e la fake news avrebbe le gambe corte.

Dieci anni dopo, nel febbraio 2003, un’altra foto pubblicata dai giornali di tutto il mondo cercava di dimostrare che era indispensabile intervenire di nuovo in Iraq per rovesciare il regime di Saddam. La fotografia, questa volta, era vera, ma la polverina mostrata dal Segretario di Stato Colin Powell non era antrace, ma una sostanza innocua. Il leader britannico Tony Blair chiese ufficialmente scusa nel 2016.

Le guerre, tutte le guerre, sono combattute anche con le armi della propaganda. Sin dall’antichità. Al punto che viene attribuita ad Eschilo (500 a.C.) la famosa frase: “In guerra, la verità è la prima vittima”. Oggi tutto è diventato ancor più insidioso. Le fake news, la polarizzazione dei social (che ridicolizzano chi evidenzia le sfumature tra il bianco e il nero, esaltando invece le posizioni degli ultras), le narrazioni che in tempo di guerra sono quasi sempre “narrazioni di parte”. E poi la storia, che da sempre viene scritta dai vincitori: si esalta e si rimuove.

Tutto questo è ovviamente e tragicamente evidente nei Paesi dove non c’è democrazia, dove la stampa è controllata e censurata, dove la libertà di espressione non è contemplata. Fanno impressione e suscitano sdegno i pochi video che riescono ad uscire dai confini: l’arresto per strada di una giovane donna a Teheran. O le immagini degli arresti nella Russia di Putin: persone che a Mosca e a San Pietroburgo vengono ammanettate e portate via dalla polizia per il solo fatto di essere in piazza e protestare – con quella presenza silenziosa – per la morte di Alexei Navalny, fatto morire in una dispersa prigione della lontana Siberia. Ma anche nei sistemi democratici, i conflitti bellici (specie quelli più vicini, quelli ci riguardano direttamente) portano talvolta i giornalisti a mettersi l’elmetto. Anche rispetto a cronache che fanno certo parte del passato, ma nemmeno tanto distante come la Seconda guerra mondiale. Si potrebbe dire: allora non c’erano i telefonini che riprendevano tutto e tutto condividevano. Non c’erano migliaia di telecamere dei diversi network giornalistici che si muovevano ovunque. Non c’erano, ovviamente, nemmeno i droni che consentono di vedere cosa succede anche senza dover mettere in pericolo gli operatori dell’informazione. Ma le cineprese erano strumento utilizzato anche in passato da tutti gli eserciti per documentare, ma soprattutto per fornire materiale utile alla propaganda. Pensiamo solo, per rimanere in Italia, ai filmati dell’Istituto Luce.

Uno degli avvenimenti più documentati nel periodo della Guerra di Liberazione, fu certamente il bombardamento dell’Abbazia di Montecassino che, proprio per la sua collocazione, è stato ripreso da più punti. Ma è uno di quegli episodi che è caduto nell’oblio, comprese le immagini che lo documentano. Proprio perché gli errori, quando vengono compiuti dai vincitori (in questo caso anche liberatori, e ciò non è cosa da poco), vengono rimossi.

Il 15 febbraio era l’anniversario – 80 anni – di quel tragico giorno: uno dei luoghi più significativi della storia del cristianesimo (non solo italiano) fu distrutto in poche ore: il monastero era stato fondato da san Benedetto da Norcia (oggi Patrono d’Europa) nel 529 e in quei mesi del 1944 ospitava migliaia di sfollati che nell’Abbazia cercavano rifugio. Gli Alleati ritenevano che fossero presenti anche soldati tedeschi, circostanza che nei giorni che precedettero il bombardamento fu continuamente smentita dai monaci e dalle autorità religiose. Si mosse anche il Vaticano, monsignor Montini, per evitare un’azione inutile, disastrosa e tragica nel suo bilancio.

Il monastero fu preso di mira da 142 bombardieri Boeing che sganciarono 253 tonnellate di bombe. Poi arrivarono altre ondate di bimotori (una novantina) che sganciarono altre 100 tonnellate di ordigni distruttivi. Un bombardamento inutile (anche gli Alleati, alla fine, ammisero che non c’erano tedeschi), che tra i rifugiati provocò centinaia di vittime civili, e che non portò alcun vantaggio nemmeno sul piano strategico: le truppe alleate – per un difetto di comunicazione – salirono verso la montagna solo all’indomani lasciando, dunque, via libera ai tedeschi che ne approfittarono per sistemare le proprie postazioni tra le macerie.

Di questo ottantesimo anniversario sulla stampa italiana – normalmente così attenta alle ricorrenze – non si trova traccia. Un documentario è stato trasmesso da La7, ma come riempitivo nei giorni di Sanremo (370 mila spettatori, share dell’1,62 per cento). L’unico a rompere il silenzio è stato l’Osservatore Romano che a Montecassino (“Storia di un bombardamento sbagliato”) ha dedicato un’intera pagina a cura dello storico Matteo Luigi Napolitano. Le conclusioni sono certamente riferite a quel tragico15 febbraio 1944, ma hanno un riflesso anche sulle logiche militari che imperano anche nella nostra epoca. “Nella perversa cecità prima e nel muto imbarazzo dopo, si sarebbe consumata la distruzione di uno dei maggiori luoghi della cristianità, al contempo facendo impantanare gli alleati nell’avanzata verso la definitiva liberazione di Roma”.

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