La fatica di Degasperi alla prova dei social

Alcide Degasperi e Karl Gruber

Martedì prossimo, 5 settembre, il Trentino ricorderà – con la “Giornata dell’Autonomia” – il senso, l’importanza e l’attualità dell’accordo tra Italia e Austria per definire in maniera originale, sulla base di “un’idea di civiltà” (come ebbe a definirla Iginio Rogger), il nuovo assetto attorno all’ “area del Brennero”, uno dei nodi strategici nella rete dei confini europei. Parlando di quell’Intesa, sottoscritta da Alcide Degasperi e Karl Gruber, nella lectio magistralis tenuta a Pieve Tesino lo scorso 18 agosto, la vicepresidente della Corte Costituzionale, Daria de Pretis, ha evidenziato come quell’Accordo “interpretava una realtà alquanto complessa e aspirava a rispondere a istanze di particolare delicatezza: il quadro giuridico tracciato con esso su una realtà dai molti confini ha costituito una soluzione lungimirante che ha consentito adattamenti progressivi della stessa autonomia”.

Realtà complessa, istanze delicate, soluzione lungimirante, cioè (dal dizionario) “intuito nel prevedere sviluppi di una situazione”: aver visione, riuscire a vedere ciò che la maggior parte delle persone ancor non vedono e nemmeno intuiscono. Sono giudizi che, spesso, si riconoscono solo “ex post”; nella fase delle scelte, niente è così facile, nulla è scontato. A cominciare dal fatto che l’Accordo del 5 settembre era arrivato nel pieno della difficile – mortificante – trattativa per il Trattato di Pace. La documentazione di quei giorni (“Alcide De Gasperi, scritti e discorsi politici”, Tomo 2, Volume III, edizioni “il Mulino”) testimonia la drammaticità di quelle ore, con Degasperi impegnato nei rapporti con le Quattro Potenze e, allo stesso tempo, preso a tenaglia dal fronte interno dove veniva duramente contestata la sua azione diplomatica.

Cosa succederebbe oggi, a parità di condizioni, ma con il ruolo e l’incidenza dei social? Quale sarebbe l’effetto, sull’opinione pubblica, dell’azione di Twitter, Facebook, Instagram? Un’attività di semplificazione, polarizzazione, che non tiene conto del contesto, ma banalizza, che attacca gli avversari non con ragionamenti, ma con battute becere, spesso senza fondamento.
“Degasperi a Parigi si presenta con il cappello in mano, lasciando l’Italia in mutande”, si leggerebbe nello scorrere dei post. E ancora: “L’Italia ha perso la guerra, ma Degasperi non può farci perdere anche la dignità”. Non mancherebbe il più consueto “Vergogna! Degasperi torni a Roma e riferisca in Parlamento”. Oppure, facendo riferimento al fatto che era stato membro del parlamento di Vienna, verrebbe premiata la più sciocca dietrologia: “Per tenere il suo Alto Adige, l’austriacante ha svenduto Zara, Fiume e l’Istria”. E il pieno di like andrebbe sicuramente al più banale “Alcide dimettiti, gli italiani meritano ben altro”. Oggi – chi segue certe tendenze sui social può confermarlo – il “contributo del popolo” si esprime in questi termini: più è volgare, più viene premiato. L’effetto finale è quello di creare quel clima d’opinione che è l’elemento costitutivo di ogni consenso elettorale.

Nell’agosto 1946, internet e i social non esistevano. Non mancavano certo le critiche, anche dure, anche strumentali. Ma incidevano solo negli ambienti politici, al massimo alimentavano gli scontri sui giornali, sicuramente non finivano in pasto ai milioni di cittadini che oggi si informano solo sullo smartphone e si fanno un’idea non cercando di capire la complessità, ma aggrappandosi al messaggio più semplificato, il più comodo, il più efficace. Cosa succederebbe oggi se il popolo dei social dovesse valutare l’Accordo del 5 settembre? Anche allora – a Parigi, dentro la delegazione italiana – c’era stato chi non aveva proprio digerito l’Intesa per l’Autonomia della regione attorno al Brennero. Eugenio Reale, ministro e membro della delegazione italiana, criticò il fatto che l’accordo venisse legato al Trattato di Pace, “permettendo che delle minoranze turbolente ed antiitaliane godano di una situazione di particolare favore e che consente l’intervento di terzi negli affari interni italiani”.

Cosa sarebbe successo se quelle parole fossero state affidate ad un tweet? Quale valanga di commenti avrebbero messo in moto? Le logiche da bar (per dirla con Umberto Eco) oggi hanno spesso la forza di sovvertire ciò che si presenta come un’intuizione “lungimirante”; il pensiero “semplice” ha sempre la meglio sulla complessità.

Quale spazio, sui social, verrebbe ad avere la risposta-ragionamento di Degasperi? E come si comporterebbero i giornalisti di oggi – protagonisti di un’informazione dove tutto corre veloce e tutto finisce subito sulle home page dei giornali online – di fronte ad una richiesta come quella di Degasperi che chiedeva prudenza e attenzione nel divulgare le notizie? “Vorrei richiamare la vostra attenzione, direi così da collega, nei riguardi della stampa nell’interesse del nostro Paese. Vorrei pregarvi di essere molto prudenti quando si tratta di rapporti internazionali, di relazioni internazionali. Questa mia preghiera riguarda parecchie situazioni, ma fra l’altro anche quella dei nostri rapporti con la Russia” (conferenza stampa, Roma, 4 marzo 1946).

Come minimo, il popolo dei tweet si scatenerebbe: “Degasperi vuole mettere il bavaglio alla libertà di informazione”. E le analisi più strampalate verrebbero messe in rete con quell’avvertenza capace di generare migliaia di condivisioni: “Ecco ciò che Degasperi vuole nascondere e che i tg non vi dicono”.

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