Bitcoin, non è tutto oro…

Bitcoin

Una notizia ha surriscaldato il mercato delle valute virtuali: Tesla, la superquotata azienda produttrice della mitica auto elettrica, ha investito 1,5 miliardi di dollari in bitcoin, e li accetterà per l’acquisto delle sue lussuose auto. Se qualche nostro lettore fosse tentato di seguire le orme di Elon Musk, il celebre fondatore di Tesla, lo avvisiamo in anticipo che non lo incoraggeremo. Questa rubrica è infatti inguaribilmente scettica verso la finanza deregolata, dove opera anche gente per bene, ma scorrazzano speculazione, opacità e malaffare.

Non sapremo mai – osserva l’editorialista Federico Fubini (L’Economia, 1 marzo) – quanti degli attuali 888 miliardi di dollari in bitcoin riflettano la dimensione reale del fatturato dell’economia illegale nel mondo. Un sospetto confermato dalla Direttiva UE 2018/843 (recepita anche dall’Italia), il cui titolo, «prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo», è un inequivocabile allarme sulla diffusione di tecnologie per usi criminali o illeciti, e sull’affidabilità di un sistema sottratto ai controlli delle autorità monetarie. Secondo la Direttiva, le valute virtuali sono «una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio».

In tutti i «non» di questa definizione si annidano i rischi, fra cui malfunzionamenti, attacchi informatici, estrema volatilità del prezzo, a cui si aggiunge l’elevato consumo energetico per le transazioni (A. Caponera e C. Gola, Bankitalia, 2019).

Ciò non ferma però la diffusione delle valute virtuali. Alcuni analisti stimano che il bitcoin, toccata la quotazione record di 58 mila dollari, pur in saliscendi, aumenterà ancora e si farà largo come mezzo di pagamento, non soltanto speculativo. Altri, invece, ne enfatizzano la funzione di bene rifugio, una sorta di oro digitale. Oro e bitcoin sono entrambi asset scarsi e inalterabili (il primo fisicamente, il secondo digitalmente) e sono utilizzabili dagli utenti come riserva di valore («valuta deflazionaria») a differenza dell’offerta di divise tradizionali, potenzialmente illimitata e soggetta a decisioni politiche (così Marcello Minenna, Il Sole 24 Ore, 8 marzo).

Non mancano poi finalità geopolitiche, come il superamento dei nazionalismi valutari (Rana Foroohar, Internazionale, 26 febbraio).

Il tema è dunque poliedrico, e oggetto di ampi studi: non tutto è da proibire, la moneta elettronica è ineluttabile.
Giorgio Franceschi, amministratore delegato di ISA, sottolinea la distinzione fra blockchain (catena di blocchi, cioè un registro digitale distribuito sui nodi di una rete informatica, che genera transazioni validate dal consenso degli stessi e protette dalla crittografia, con le quali si crea anche la valuta virtuale) e bitcoin (la valuta creata).

La tecnologia è innovativa, sicura e utile; la valuta virtuale è invece effimera, rischiosa e si presta a derive moralmente inaccettabili. Il punto cruciale, secondo Franceschi, è quindi una compiuta regolamentazione di questi nuovi strumenti, magari con ancoraggio a un portafoglio reale, che favorisca e protegga l’utente serio.
C’è in effetti da chiedersi se abbiano senso impieghi di denaro pulito non permeati da regole e controlli d’interesse collettivo: una domanda da porre anche alle nostre coscienze.

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