Sport in montagna, agli animali non piace

Non solo piste, seggiovie e funivie, ma anche attività più soft come scialpinismo ed escursionismo disturbano la fauna selvatica. Luca Rotelli, in un incontro voluto dalla SAT, l'ha definita una “convivenza difficile”, aggiungendo però che “è possibile superare il conflitto”

Fauna selvatica e sport in montagna: Luca Rotelli, da anni appassionato ricercatore del settore l'ha definita una “convivenza difficile” anche se non tutto è perduto. “È possibile superare il conflitto tra le specie che vivono nelle Alpi e le attività umane con più attenzione e impegno”, ha detto. L’appello vale per tutti, dai turisti dell’ultima ora ai cultori della montagna, come i soci SAT – Grop da Mont Moena (Società alpinisti tridentini) che hanno promosso la serata tenutasi venerdì 26 novembre nella sala del polo scolastico.

Le Alpi sono visitate ogni anno da 150 milioni di persone, il 60% in inverno e il rimanente in estate. Di questa enorme folla un terzo sono sciatori che impongono alla montagna una pesante traccia costituita da piste, seggiovie e funivie. Ma neanche le attività più soft come lo scialpinismo, l’escursionismo e il volo a vela sono esenti da colpe.

L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sui tetraonidi (il più noto animale di questa famiglia è il gallo cedrone), una specie talmente esigente che è stata scelta come bioindicatore della salute dell’ambiente alpino. Ma osservati speciali sono stati anche gli ungulati e le marmotte che popolano le praterie in quota, animali che trovano una crescente difficoltà a vivere a causa dei consistenti flussi turistici.

“Il periodo invernale è quello più difficile a causa delle proibitive condizioni ambientali”, ha detto Luca Rotelli. “C’è chi va in letargo e chi invece continua una vita dedicata alla ricerca di cibo e riparo. Ma anche gli animali che restano vigili, come gli ungulati, vanno incontro a forme di torpore con la riduzione della temperatura corporea dai fisiologici 37 gradi a valori compresi tra i 30 e i 29 gradi. In queste condizioni ogni forma di disturbo provoca la riattivazione del metabolismo con una crescita del dispendio energetico. L’attività di fuga nella neve per sfuggire ai disturbi da parte dell’uomo è quindi estremamente stressante per la fauna”. Insomma l’esperienza è simile a quella di un famiglia alloggiata in un condominio talmente rumoroso da impedire il sonno. Di qui la continua ricerca di una casa più tranquilla e rilassante, meta sempre più difficile da trovare.

Ma ci sono altri problemi legati alla presenza umana in quota. Molto spesso, ad esempio, i volatili entrano in collisione con i cavi degli impianti e gli squarci provocati nel bosco riducono sensibilmente la varietà ornitologica fino a dimezzarla. Che fare? In primo luogo prendere coscienza del problema e adottare forme di sensibilizzazione verso tutti gli attori della montagna, dagli imprenditori ai frequentatori. Luca Rotelli ha presentato alcune soluzioni adottate in varie regioni delle Alpi. “In Francia esiste una buona collaborazione tra impiantisti e studiosi”, ha detto. “I primi tengono un accurato censimento degli uccelli morti o feriti dall’impatto contro quella barriera invisibile costituita dalle funi d’acciaio. In base al rilevamento, ormai decennale, alcune seggiovie sono state dotate di boe rosse capaci di rendere maggiormente visibili le funi. In altre zone, come in Svizzera, sono state realizzate cartine e relative segnalazioni sui percorsi nei territori maggiormente frequentati da alcune specie animali come le aree di canto del gallo cedrone e forcello. Gli escursionisti, sci alpinisti e free riders sono invitati a evitare quei tracciati e seguire gli itinerari alternativi”.

Da cancellare invece attività fortemente impattanti come l’uso di motoslitte e la pratica dell’eliski che costituiscono fonte di disturbo in molte zone delle Alpi dove è stata registrata una sensibile riduzione della presenza di animali.

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