Con lo stile della prossimità

“Ringrazio il Signore perché tutto è andato bene: ho potuto incontrare il popolo di Dio in cammino in quelle terre, e incoraggiare lo sviluppo sociale di quei Paesi”. È il bilancio del viaggio in Cile e Perù (dal 15 al 22 gennaio) stilato dal Papa durante la catechesi dell’udienza di mercoledì 24 gennaio. Insieme ai 15 mila presenti in piazza San Pietro, ne ha ripercorso idealmente le tappe.

C'È BISOGNO DI PACE

“Il mio arrivo in Cile era stato preceduto da diverse manifestazioni di protesta, per vari motivi, lo avete letto nei giornali”, ha ricordato il Papa. “E questo ha reso ancora più attuale e vivo il motto della mia visita: Mi paz os doy – Vi do la mia pace”, ha commentato: “Sono le parole di Gesù rivolte ai discepoli, che ripetiamo in ogni Messa: il dono della pace, che solo Gesù morto e risorto può dare a chi si affida a Lui”. “Non solo ognuno di noi ha bisogno della pace, anche il mondo, oggi, in questa guerra mondiale a pezzetti”, ha detto il Papa a braccio: “Per favore, preghiamo per la pace”.

IL METODO DELL’ASCOLTO, LO STILE DI PROSSIMITÀ

Il 22° viaggio apostolico è iniziato dal Cile. “Nell’incontro con le autorità politiche e civili del Paese ho incoraggiato il cammino della democrazia cilena, come spazio di incontro solidale e capace di includere le diversità. Per questo scopo – ha spiegato Francesco – ho indicato come metodo la via dell’ascolto: in particolare dei poveri, dei giovani e degli anziani, degli immigrati, e anche l’ascolto della terra”. Nella prima messa in Cile, “celebrata per la pace e la giustizia, sono risuonate le beatitudini”, “da testimoniare con lo stile della prossimità, della vicinanza, della condivisione” – dove “contano più i gesti delle parole” – capace di rafforzare “il tessuto della comunità ecclesiale e dell’intera società”.

LE SCUSE ALLE VITTIME DI ABUSI

Il racconto del Papa: “Con i sacerdoti e i consacrati e con i vescovi del Cile ho vissuto due incontri molto intensi, resi ancora più fecondi dalla sofferenza condivisa per alcune ferite che affliggono la Chiesa in quel Paese. In particolare ho confermato i miei fratelli nel rifiuto di ogni compromesso con gli abusi sessuali sui minori”. Nella conferenza stampa sul volo aereo di ritorno, era tornato sul tema rispondendo alle domande dei giornalisti. Con sincerità, Francesco ha riconosciuto di aver usato un termine sbagliato quando, in Cile, aveva detto che in mancanza di prove non avrebbe preso provvedimenti nei riguardi di mons. Barros. Un’espressione che ha urtato la sensibilità delle vittime di abusi e Francesco lo ha riconosciuto aiutato, ha detto, anche dalla dichiarazione rilasciata sulla questione dal cardinale O’Malley: “Cosa sentono gli abusati: su questo devo chiedere scusa perché la parola ‘prova’ ha ferito tanti abusati. Chiedo scusa se li ho feriti senza accorgermene, fatto senza volerlo. Mi accorgo che la mia espressione non è stata felice”.

IL DIALOGO RISOLVE I CONFLITTI

“Sempre ci sono conflitti, anche a casa”. Parlando ai 15 mila presenti in piazza S. Pietro, Francesco ha invitato ciascuno a pensare ai piccoli conflitti quotidiani, esortando a “non nasconderli sotto il letto”, ma a parlarne cercando il momento più opportuno. “I conflitti si risolvono col dialogo”. Il riferimento al viaggio apostolico riporta ai conflitti che coinvolgono le minoranze etniche. Francesco ha raccontato di due Messe celebrate in Cile: una a sud, con gli indios Mapuche, dove il Papa ha lanciato “un appello per una pace che sia armonia delle diversità e per il ripudio di ogni violenza”, e una nel nord, “tra oceano e deserto”, che “è stata un inno all’incontro tra i popoli, che si esprime in modo singolare nella religiosità popolare”. Poi gli incontri con i giovani e con l’Università Cattolica del Cile. “Ai giovani – ha ricordato Francesco – ho lasciato la parola programmatica di sant’Alberto Hurtado: ‘Cosa farebbe Cristo al mio posto?’. E all’Università ho proposto un modello di formazione integrale, che traduce l’identità cattolica in capacità di partecipare alla costruzione di società unite e plurali, dove i conflitti non vengono occultati ma gestiti nel dialogo”.

NO ALLA COLONIZZAZIONE IDEOLOGICA

In Perù il motto della visita è stato: “Unidos por la esperanza – Uniti dalla speranza”. Proseguendo il racconto, Francesco ne ha commentato il significato. Uniti, “non in una sterile uniformità – tutti uguali, questo non è unione – ma in tutta la ricchezza delle differenze che ereditiamo dalla storia e dalla cultura”. Per il Papa, “lo ha testimoniato emblematicamente l’incontro con i popoli dell’Amazzonia peruviana, che ha dato anche avvio all’itinerario del Sinodo Pan-amazzonico convocato per l’ottobre 2019, come pure lo hanno testimoniato i momenti vissuti con la popolazione di Puerto Maldonado e con i bambini della Casa di accoglienza ‘Il Piccolo Principe’. Insieme abbiamo detto ‘no’ alla colonizzazione economica e ideologica”.

LE SFIDE DEL PERÙ

“Parlando alle Autorità politiche e civili del Perù, ho messo a fuoco le due realtà che più gravemente lo minacciano: il degrado ecologico-sociale e la corruzione”. Di nuovo il Papa ha attualizzato il racconto, aggiungendo a braccio: “Non so se voi avete sentito qui parlare di corruzione, non lo so”… La corruzione c'è anche qua, e secondo Francesco “è più pericolosa dell’influenza. Si mischia e rovina i cuori”. In Perù, ha proseguito, “ho rimarcato che nessuno è esente da responsabilità di fronte a queste due piaghe e che l’impegno per contrastarle riguarda tutti”. La Conferenza episcopale peruviana (Cep) ha annunciato che creerà una commissione per lavorare sulle questioni urgenti delineate da Papa Francesco nei 4 giorni in Perù, come il traffico di persone, lo sfruttamento delle persone, le forme di violenza contro le donne, l'inquinamento ambientale.

La giornata finale del viaggio, domenica scorsa a Lima, nelle parole del Papa ha avuto “un forte accento spirituale ed ecclesiale”: “Nel Santuario più celebre del Perù, in cui si venera il dipinto della Crocifissione chiamato Señor de los Milagros, ho incontrato circa 500 religiose di vita contemplativa: un vero ‘polmone’ di fede e di preghiera per la Chiesa e per tutta la società”.

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